Quando l’ortodossia si trasforma in muro.
A proposito dell’acqua potabile più sana e più accessibile anche alle persone più vulnerabili e marginalizzate.

Seguito della seconda parte del post sulla proposta di revisione della direttiva europea sull’acqua potabile.

Riccardo Petrella

La seconda «novità» di cui si glorifica la Commissione e che ha fatto esultare la stampa è quella di aver deciso, secondo le proposte dell’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), l’inclusione di 18 nuove sostanze nella lista dei parametri da monitorare per definire la buona qualità dell’acqua potabile (vedi pp 14-20 e primi due allegati del documento della Commissione). Il vanto è altresì legato all’aver avanzato delle proposte in merito alle misure da prendere per estendere e facilitare l’accesso all’acqua potabile alle persone più vulnerabili e marginalizzate (es. i rifugiati, le comunità nomadi, i senza fissa dimora, i popoli «minoritari» come i Rom, i Sinti, le genti di viaggio…sedentari o non), nel contesto più ampio della lotta contro la povertà (in Italia il governo parla di «contrasto alla povertà»).

Ricordiamo che secondo gli ultimi dati Eurostat relativi al 2016, sono 117,5 milioni le persone «a rischio povertà» (formula eufemistica per non riconoscere chiaramente che sono in stato di povertà/esclusione). Di questi, non si sa quanti non abbiano accesso continuo e regolare all’acqua potabile. I servizi della Commissione, comunque, stimano che un quarto di loro non sia collegato ad un servizio idrico collettivo. Più di 30 milioni, il che non è poco.

Non v’è dubbio che l’inclusione di 18 nuove sostanze nella lista dei parametri da monitorare per definire la buona qualità dell’acqua potabile rappresenti un importante passo in avanti per la salute. A questo riguardo, il problema maggiore non è solo la lista delle sostanze da monitorare ex post ma quello di prevenirne l’uso ed il suo impatto sull’acqua, agendo sull’insieme del ciclo lungo dell’acqua (dalla gestione dei territori e del suolo, inclusa la protezione delle zone di captaggio, al riciclo e riuso delle acque reflue per usi potabili). Purtroppo in questo campo la Commissione non può pretendere di avere una buona pagella, essendo nota la sua resistenza a ricorrere al principio di precauzione in caso di dubbio sulla nocività di tanti fertilizzanti e pesticidi, o altre sostanze chimiche, potenzialmente nocive per la qualità dell’acqua. Pensiamo, in particolare, alla saga del glifosato. La preferenza della Commissione va al principio della «certezza del rischio», il che significa che quando il rischio si è avverato con certezza, sfortunatamente è troppo tardi per intervenire, e i danni alla salute umana sono già stati fatti.

L’altro grande problema è la giustiziabilità, trattata in altre direttive europee settoriali (sui nitrati, sui rifiuti urbani…). Si tratta del diritto dei cittadini di consegnare alle giustizia i soggetti pubblici e privati considerati e/o riconosciuti colpevoli dei danni apportati alla salute della popolazione a causa della contaminazione ed inquinamento delle acque (v. l’inaccettabile situazione in cui si trovano i cittadini del Veneto riguardo la contaminazione dai PFAS). La Commissione ha parzialmente ragione nel difendersi invocando la divisione delle competenze tra istituzioni europee e Stati membri.  Secondo questa tesi, la responsabilità politica e le questioni di sicurezza e di giustiziabilità sono di diretta competenza degli Stati membri. Sappiamo, però, che la Commissione, quando vuole, ha in mano diversi strumenti per agire più attivamente e direttamente.

Ad ogni modo, farebbe bene a giungere alla tanto auspicata integrazione e coordinazione nell’attuazione delle varie direttive in materia d’acqua, nonché nei settori aventi un impatto maggiore sulla qualità delle acque e sull’accesso ad esse:  l’agricoltura, l’industria alimentare, l’energia, i trasporti, l’industria chimica e farmaceutica, le attività minerarie. La Commissione e gli Stati membri non sono, però, molto energici contro l’influenza e la pressione delle lobbies industriali e commerciali. Anzi, non facendo altro che insistere da anni sul ruolo decisivo che devono giocare i portatori d’interesse (gli «stakeholders») nella formulazione e l’attuazione delle politiche dell’Unione, la Commissione ha legalizzato de facto il potere di difesa dei loro interessi da parte degli stakeholders economici e finanziari, come uno dei pilastri maggiori della «governance europea» assimilata alla «democrazia europea».

Questo contesto spiega solamente in parte l’inadeguatezza strutturale delle misure proposte.
Soprattutto all’art.13, per allargare l’accesso all’acqua potabile delle persone e popolazioni più vulnerabili e svantaggiate. La Commissione propone agli Stati membri due obblighi maggiori:

– primo: migliorare l’accesso e promuovere l’uso dell’acqua potabile attraverso una serie di misure come: valutare in maniera precisa la parte della popolazione europea privata di accesso all’acqua potabile ed informarla sulle possibilità di connettersi; incoraggiare l’uso dell’acqua di rubinetto negli edifici pubblici e nei ristoranti; assicurare che esistono le infrastrutture di libero accesso all’acqua potabile nella stragrande maggioranza delle città.
– secondo: adottare tutte le misure necessarie per garantire l’accesso all’acqua potabile per i gruppi vulnerabili e marginalizzati. Ciò anche al fine di applicare l’impegno preso dagli Stati membri e dall’Unione , nel quadro del Sesto obiettivo degli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU: «to achieve universal and equitable access to safe and affordable drinking water for all».

Tratterò del primo obbligo nella parte finale del post, in particolare per quanto riguarda la proposta d’incoraggiare l’uso dell’acqua di rubinetto ovunque possibile.

Esaminiamo, invece, la continua mistificazione operata dalla Commissione riguardo «l’accesso universale ed equo per tutti all’acqua potabile buona ed abbordabile».
Come si vede, manca sempre il riferimento al diritto e s’insiste unicamente sull’accesso. Secondo le concezioni dei gruppi sociali dominanti di cui la Commissione fa parte, l’accesso universale non deve essere “giusto” (rispetto ai diritti umani) ma “equo” rispetto a criteri funzionali/gestionali, quali: le differenze territoriali nei servizi prestati a causa dell’assenza di infrastrutture, le difficoltà cui devono far fronte i gruppi più vulnerabili e marginalizzati e, soprattutto, l’accessibilità finanziaria.
Ed è soprattutto a quest’ultimo riguardo che il dogmatismo economico-mercantile-finanziario su cui si basa la visione dell’acqua della Commissione come «bene economico» e «risorsa vitale per l’economia» (non «bene comune pubblico» e «diritto universale») riappare in gioco e si afferma in tutta la sua forza. La Commissione reitera che «any water pricing policy in the Union must take into account the principles of recovery of costs and polluter pays». Per la Commissione, il finanziamento di tutti i costi necessari per permettere l’accesso all’acqua (detto universale ed equo) deve venire non dalle finanze pubbliche ma dai consumatori, come nel caso di tutti i beni e servizi di utilità privata, grazie al pagamento di un prezzo stabilito ai costi di mercato (full cost recovery principle). Questa è la regola cui, secondo la Commissione, nessun Stato membro può sfuggire.

Certo, essa non impedisce agli Stati membri di adottare delle tariffe sociali o altre misure di aiuto alla popolazioni «svantaggiate», in difficoltà sul piano socio-economico, ma queste non possono mettere in discussione il principio dell’obbligo di pagare il servizio: niente pagamento, anche modesto o effettuato tramite aiuti monetari, niente acqua! Al di fuori dell’ortodossia politico-economica non v’è salvezza.

Ho trattato a lungo di questi aspetti a proposito del bonus acqua introdotto in Italia in un mio post Facebook del 2 gennaio scorso («Un bonus acqua agli impoveriti non significa realizzare il diritto all’acqua») nel quale ho evidenziato che: «La tariffazione sociale dell’acqua esprime una concezione ed una pratica sociale derivanti da una società fondata sull’inuguaglianza tra gli esseri umani, le comunità umane ed i popoli , e sulla carità/la compassione/l’aiuto da parte dei gruppi sociali dominanti arricchitisi nei confronti di quelli fatti o divenuti impoveriti (…)”.

I bonus sociali sono degli strumenti tipici delle oligarchiche compassionevoli che praticano l’assistenza sociale  verso i disagiati da loro stesse creati. Essi non fanno parte dello Stato del welfare e della sicurezza sociale generale che, invece, pratica la giustizia nel nome dell’uguaglianza di tutti rispetto ai diritti nel contesto dello Stato di diritto.

De facto et de jure, allo stato attuale dei rapporti di forza in seno alle società dominanti, il principio dell’acqua che finanzia l’acqua e dell’acqua potabile per tutti a prezzo accessibile, coniato e diffuso dalle grandi imprese idriche multinazionali private francesi e britanniche, ha innalzato un solido muro sul cammino del diritto universale all’acqua. Nemmeno la Risoluzione del Parlamento europeo dell’8 settembre 2015, sulla scia dell’iniziativa dei cittadini europei “L’acqua è un diritto” (Right2Water), fondata sul rapporto della eurodeputata irlandese Lynn Boylan è riuscita a renderlo più fragile, in quanto neppure il Parlamento europeo ha osato mettere in questione il principio dell’obbligo del pagamento di un prezzo. Eppure, il rapporto redatto dalla Boylan costituisce, a mio avviso, il miglior rapporto politico sull’acqua redatto dal PE negli ultimi venti anni. Non è detto, però, che questo muro non subirà il destino di tanti altri muri, considerati invalicabili ed eterni, che sono invece crollati fragorosamente. Per ora, il muro dell’acqua è in piedi ma già si intravedono i segni, qui e lì  nel mondo, di una tendenza al rigetto della mercificazione, privatizzazione e finanziarizzazione dell’acqua, i cui effetti devastanti stanno diventando sempre di più palesi.

Non credo che le proposte avanzate dalla Commissione in favore di un uso più diffuso dell’acqua di rubinetto, che analizzerò nella prossima ed ultima parte del post, si situino sulla stessa lunghezza d’onda.

Riccardo Petrella

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