Aquam et circenses: seguito del post sulla proposta di revisione della direttiva europea sull’acqua potabile.

Riccardo Petrella

Parte prima

La prima affermazione della Commissione che suscita perplessità è la sua rivendicazione di essersi largamente ispirata per la revisione alle richieste dei cittadini europei espresse dall’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei), consistenti nel domandare alla Commissione:

  1. a) di riconoscere sul piano legislativo l’accesso all’acqua potabile ed ai servizi igienico sanitari come un diritto umano;
  2. b) di introdurre modalità di partecipazione effettiva dei cittadini alla politica e gestione dell’acqua e dei servizi connessi.

Questa rivendicazione è molto importante per la Commissione sul piano dell’immagine e della comunicazione al pubblico, perché l’ICE sul diritto all’acqua è stata la prima ICE a riuscire, nel 2013-14, a ottenere più di un milione e ottocentomila firme valide e quindi a conquistare il diritto di essere esaminata dalla Commissione. Nel 2014, la reazione della Commissione europea fu quella di snobbare i cittadini, rispondendo che essa aveva fino ad allora operato e realizzato ciò che era stato domandato dai firmatari perché aveva perseguito efficacemente -dixit- l’obiettivo di consentire l’accesso all’acqua potabile di buona qualità al più grande numero possibile di Europei. Nessuna parola però riguardo la richiesta del riconoscimento legislativo del diritto all’acqua, obiettivo per il quale invece tanti cittadini europei avevano esplicitamente firmato. Ciò fece andare sulle furie i promotori dell’ICE che accusarono giustamente la Commissione di prendersi gioco dei cittadini.

Quattro anni dopo, la Commissione è recidiva: non solo continua imperterrita a far capire che del diritto all’acqua non gliene importa niente, ma dimostra anche la sua contrarietà a tale diritto. Per questo, nella proposta di revisione si limita (nuovamente) a citare le posizioni dell’ONU e del Consiglio dell’Europa, che hanno invece riconosciuto tale diritto come per dire «ciò è sufficiente. Noi crediamo che quel che conta per i cittadini è di avere accesso all’acqua potabile di buona qualità. Punto. E questo è il nostro obbiettivo. Il resto…pura ideologia».

Siccome non può negare che l’ICE da essa creata su pressione della società civile si è dimostrata uno strumento limitato ma sufficientemente innovatore in favore di una partecipazione dei cittadini alle politiche dell’Europa – almeno è cosi che i cittadini dell’UE l’hanno interpretata e utilizzata – la Commissione ha grande interesse a valorizzare l’ICE sull’acqua come un esempio di democrazia all’interno dell’istituzione per cercare di attenuare le forti critiche di cui è oggetto in quanto istituzione oligarchica ed autocratica lontana dai diritti e dai bisogni delle popolazioni dell’Unione.

Da qui la sua insistenza sull’affermare che le richieste dell’ICE hanno ispirato i cambiamenti alla direttiva, in particolare riguardo la trasparenza e la richiesta di un accesso all’informazione sull’acqua e sui servizi idrici più precisa, aggiornata e comprensibile e l’attenzione portata all’accesso all’acqua per le persone più vulnerabili e svantaggiate.

Bene hanno fatto i promotori dell’ICE a rintuzzare immediatamente la Commissione esprimendo la loro collera per il rinnovato silenzio sul diritto all’acqua.

Per quanto invece riguarda l’informazione, è piuttosto penoso che il cambiamento proposto dalla Commissione sia centrato unicamente sulla messa a disposizione di un servizio d’informazione on line. E’ noto che la grande maggioranza degli operatori di servizi idrici in Europa ha messo in piedi un servizio d’informazione on line sul monitoraggio della qualità dell’acqua, il bilancio d’impresa, i cambi nella gestione in ossequio della digitalizzazione dei servizi ai clienti. Dare ai «consumatori» dei servizi idrici informazioni appropriate sulla qualità dell’acqua, sul consumo dell’utente e sulla struttura dei costi al m³ dell’acqua è importante, ma non significa creare le condizioni per creare una coscienza sana sui consumi idrici nei cittadini e permettere loro di partecipare alle grandi decisioni in materia di politica dell’acqua. Come insegna l’esperienza di questi anni, l’informazione on line serve piuttosto, da un lato a permettere ai «clienti» abituati a navigare sul web di «giocare» all’internet anche nel campo dell’acqua e, soprattutto, all’operatore idrico di selezionare le informazioni sulla qualità dell’acqua buone per la politica aziendale in materia di comunicazione verso l’esterno.  Citiamo il caso esemplare della negazione operata per anni deliberatamente dai dirigenti pubblici e dalle imprese idriche interessate riguardo la contaminazione dai PFAS delle acque del Veneto e di molte altre regioni dell’Europa.

Sarebbe stato più interessante ed utile sapere perché i cittadini europei non hanno partecipato, se non in numeri sparuti e senza particolare entusiasmo, alle varie consultazioni pubbliche organizzate dalla Commissione nell’ambito della promozione dell’attuazione della direttiva e conoscere, in conseguenza, le proposte della Commissione per evitare che in futuro lo strumento della consultazione pubblica non vincolante continui ad essere un fallimento e, quindi, del tutto inefficace per la democrazia europea.

La Commissione sembra, peraltro, aver dimenticato che la Comunità europea si è dotata di uno strumento ben più coerente, ricco e potenzialmente efficace in materia di diritto dei cittadini europei all’informazione in materia ambientale, acqua inclusa. Mi riferisco alla Convenzione di Aarhus sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale approvata nel giugno 1998 ed entrata in vigore nel 2001.  In particolare la convenzione sancisce che, per il diritto alle informazioni, le autorità pubbliche, in risposta alla richiesta di informazioni, debbano renderle disponibili senza pregiudizio alcuno (non presuppone la sussistenza dell’interesse) e nella forma richiesta (salvo assenza delle informazioni da parte dell’autorità pubblica o formulazioni troppo generiche). La Convenzione di Aarhus è un esempio del tentativo fatto per promuovere una effettiva democrazia ambientale. Rispetto alla Convenzione di Aarhus (di venti anni fa), la proposta centrata unicamente sull’informazione on line degli utenti clienti come strumento di progresso democratico in materia d’acqua e di servizi idrici, la dice lunga sull’ampiezza della mistificazione di cui è diventata oggetto la «democrazia ambientale» a livello dell’Unione. In realtà, l’applicazione della Convenzione di Aarhus è stata «boicottata » da vari Stati membri e sacrificata sull’altare della crescita, della competitività e del rendimento finanziario.

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