In un libro scritto 40 anni fa, intitolato “La renaissance des cultures régionales en Europe” (Editions Entente, Parigi, 1978) e dedicato alle aspirazioni di popoli europei senza Stato (quali il basco, lo scozzese, il gallese, il catalano, lo slovacco, lo sloveno, il corso, il bretone, il fiammingo, il sardo ecc.) cercai di evidenziare le confusioni e le manipolazioni dei valori di libertà, giustizia e fraternità da parte di quei popoli le cui classi dominanti erano riuscite a darsi uno Stato.

Da allora, trasformato lo Stato in “Nazione”, una e indivisibile, le classi dominanti hanno fatto di tutto per negare ai popoli sottomessi o annessi l’affermazione della loro identità e del diritto all’autodeterminazione. Allo stesso modo, hanno cercato di impedire alle classi sociali più deboli, escluse dal potere, di ottenere la garanzia dei diritti umani, sociali e culturali.

Esempi classici di queste evoluzioni sono stati, in Europa, la Grande Bretagna, poi il Regno Unito, la Spagna, la Francia, il Belgio.

Nel libro denunciai altresì le contraddizioni e le derive “nazionaliste” e inegualitarie sociali  delle classi dirigenti dei popoli senza Stato, in lotta per il loro diritto all’autodeterminazione secondo il modello dello Stato nazione contro il quale si battevano.

Nella mia ultima opera  (“Nel nome dell’umanità” – Edizioni Il Margine, 2017) sono ritornato sull’argomento, parzialmente e attraverso altri cammini, mostrando come lo Stato nazione non solo ha negato ogni diritto ai popoli senza Stato ma li ha addirittura espropriati dei loro diritti, ha usurpato la sovranità popolare (cioè la demo-crazia) e la sicurezza sociale, ha imposto il potere della nazione, entità monolitica ed indivisibile. Ha ridotto la sicurezza “nazionale” alla sicurezza del benessere e degli interessi dei gruppi sociali dominanti.

Beninteso, la formazione dello Stato nazione divenuto Stato repubblicano/democrazia rappresentativa eletta, Stato del welfare, è all’origine di grandi progressi politici e sociali rispetto alle monarchie assolute e alle società classiste ed elitarie del passato.

Ciò non toglie che il caso catalano e le risposte dello “Stato spagnolo” (così come le reazioni  delle classi dirigenti dell’Unione europea marcate da una grande miseria politica) dimostrano che la storia degli ultimi cento anni, ed in particolare quella degli ultimi cinquanta anni di lotte per la giustizia sociale, l’uguaglianza di tutti gli esseri umani rispetto ai diritti, la democrazia diretta effettiva e l’imperativo della sicurezza collettiva nel quadro della mondializzazione della condizione umana, hanno insegnato ben poco o nulla alle classi dirigenti degli Stati esistenti e a quelle dei popoli candidati allo Stato sovrano.

In breve:

– I catalani rivendicano il diritto all’autodeterminazione dei popoli, ma le classi dirigenti dello Stato “nazione” sovrano spagnolo rifiutano ogni  discussione e dialogo, negando loro quel diritto. La giustificazione è che la Spagna, i suoi confini e la sua sovranità sono inviolabili per legge. Sulla base di questo, condannano  i dirigenti catalani per sovversione e violazione della costituzione spagnola, destituiscono le  istituzioni politiche elette catalane, privano di ogni potere la polizia locale, la magistratura, ecc.;

Le classi dirigenti degli Stati dell’Unione europea, chiaramente dimentichi degli obiettivi alla base della creazione della loro integrazione (in particolare “federazione degli Stati uniti d’Europa) e delle dichiarazioni in favore dell’autodeterminazione dei popoli, si schierano tutti con forza in difesa dello Stato spagnolo. La realtà è piuttosto prosaica e pragmatica/violenta: il presidente del Consiglio europeo dell’UE (il polacco Tusk), il presidente della Commissione europea (il lussemburghese Juncker) ed il presidente del Parlamento europeo (l’italiano Tajani) – cioè i “capi” delle tre principali istituzioni dell’UE – sono esponenti di spicco del PPE (la formazione politica europea “maggioritaria”). Si rifletta che il principale partito del governo spagnolo è membro del PPE!

Dunque, la realpolitik del momento prevale su tutti i grandi principi storici, sui diritti, sulla libertà e sulla democrazia;

– I dirigenti catalani alla guida dei movimenti per l’indipendenza e la sovranità della Catalogna fanno parte della stessa classe sociale economica e politica dei dirigenti spagnoli. Al di là delle inevitabili distinzioni dovute alla colorazione nazionalista delle singole scelte politiche, economiche e sociali, queste non sono sostanzialmente differenti dalle scelte dei dirigenti spagnoli ed europei/UE. La loro cosiddetta «lotta contro la povertà» e contro le inuguaglianze è la stessa grande mistificazione sociale ed umana a livello catalano, spagnolo ed europeo. Per mancanza di democrazia e di responsabilità da parte dei dirigenti in lotta fra loro, il popolo dei cittadini che attualmente abitano la Catalogna, non favorevoli all’indipendenza per varie ragioni anche identitarie, è stato doppiamente “usurpato” nei propri diritti, tanto in Catalogna quanto a livello nazionale spagnolo. Il motivo risiede nell’essere appartenenti a classi sociali più deboli o escluse, e appartenenti a identità “comunitarie” non catalane;

– Rifiutando ogni dialogo e guardando il problema (quindi le soluzioni) unicamente in termini di identità e sovranità nazionale (contro o per la Spagna), i dirigenti “spagnoli” hanno condotto “la crisi” generata dai catalani in un vicolo cieco. Tra le vittime, anche le formazioni politiche non posizionate all’origine su schemi identitari “etno-culturali”. Penso a Podemos ed ai movimenti locali “urbani en comun”. La loro presa di posizione tardiva, distinta rispetto agli indipendentisti  ed equidistante dagli estremisti  degli uni e degli altri, non è più sufficiente per orientare la situazione verso soluzioni “sagge”. Quali che saranno, i danni provocati appariranno lunghi e difficili da riparare, anche sul piano europeo.

Ancora una volta le “elites” hanno abusato del popolo e hanno tradito i “popoli” di cui si dicono, a torto, essere rappresentanti e difensori.

Considerando che nel 2019 si terranno le elezioni del nuovo Parlamento europeo, spero che alcune proposte di soluzioni reali possano venire direttamente dai cittadini europei, e da un Parlamento che, di fronte alle grandi e gravi sfide con cui si confronta, sappia avere l’audacia di scrivere un’altra storia. Che non lasci gli europei ricadere nei burroni delle divisioni tra “nazioni”, interessi, potentati economici e lotte tra “i signori del mondo”, lasciando proliferare guerre tra poveri e contro i poveri.

Guai a queste classi dirigenti che riaccendono conflitti e guerre per difendere i propri privilegi. Sappiano che centinaia di milioni di cittadini  nel mondo gridano “non nel mio nome!“. Sappiano che essi pretendono scelte e soluzioni “nel nome di tutti“, “nel nome dell’umanità“.

Riccardo Petrella

 

 

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