Guerra fra i poveri o cultura di guerra agli impoveriti?
Non è la prima volta, nemmeno in Italia. Bruciare gli impoveriti  perché non possono stare nemmeno nelle strade e nei giardini pubblici delle nostre città è l’atto estremo cui si giunge ad opera degli stessi impoveriti, che hanno metabolizzato il rigetto degli impoveriti/esclusi secondo le “logiche” dei gruppi sociali dominanti.
Invito a leggere con passione l’articolo di Elisabetta Grande su quanto avvenuto a Torino il 28 ottobre, sabato scorso.
Certo, tutte le guerre sono  guerre fra i poveri (gli oppressi, gli esclusi) orchestrate dai dominanti  in nome di dio, della nazione e, oggi soprattutto, del denaro. Per questo esse sono soprattutto guerre dei dominanti contro gli  impoveriti da loro creati.
 
Bruciare il povero a Torino

di Elisabetta Grande
professore ordinario di diritto comparato, Università del Piemonte Orientale.
Una riflessione a margine della legge Minniti-Orlando sulla sicurezza urbana.

Il fuoco appiccato a George, il senzatetto romeno, nei giardini pubblici intitolati a Madre Teresa di Calcutta la sera del 28 ottobre 2017 nel cuore di una Torino, che − come ben documentato nel bel libro di Fabio Balocco Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino (Neos Edizioni) − è riconosciutamente una fra le città italiane più accoglienti e solidali nei confronti degli ultimi, ci pone di fronte a serissimi interrogativi.
Si tratta di un terribile gesto determinato da ragioni personalissime come nel caso palermitano di gelosia del marzo scorso, oppure di una tristissima guerra fra poveri per una panchina su cui dormire o ancora di un atroce scherzo ai danni del più debole, perpetrato da chi ha interiorizzato un messaggio di odio nei confronti del povero di strada, che quindi presenta i caratteri di una ripetibilità virale?
Torino sembra resistere alla campagna di ostilità nei confronti dei più vulnerabili, inaugurata in molte parti d’Italia, anche a seguito della recente normativa anti-povero che porta la firma dei ministri Minniti e Orlando. Non ha infatti realizzato Daspo urbani, né ha emanato regolamenti urbani che sanzionano chi chiede l’elemosina o bivacca sotto i portici, come invece tanti altri comuni italiani hanno fatto. Neppure la sindaca Appendino si è lanciata in ordinanze contingibili e urgenti a tutela della sicurezza e decoro urbani o della vivibilità dei cittadini torinesi benestanti − ma a danno di quelli più deboli − come pur quella normativa le avrebbe dato la possibilità di fare e come molti sindaci hanno fatto. Si pensi, fra i tanti, al sindaco di Gallarate, in provincia di Varese, che subito dopo il decreto Minniti-Orlando, poi divenuto legge, ha emanato una ordinanza (la n. 1 del 23 febbraio 2017) che vieta il bivacco in tutto il centro abitato a pena del pagamento di una somma da 50 a 300 Euro e ha fatto multare e allontanare alcuni disperati perché vergognosamente indigenti. O a quello di Sesto San Giovanni che, a pena di un’analoga multa, lo scorso luglio ha posto il divieto di praticare il commercio illegale e abusivo, di mendicare e porre in essere qualsiasi forma di accattonaggio, di bivaccare negli spazi pubblici, nei giardini, all’esterno di esercizi pubblici e commerciali ed in tutti i luoghi frequentati dai cittadini, di consumare alcol e di espletare bisogni fisiologici a cielo aperto… e in due mesi ha realizzato più di cento Daspo urbani. O ancora al sindaco di Arezzo che ha inaugurato la campagna istituzionale di odio nei confronti del più debole, affermando: «Una delle piaghe che affligge la nostra realtà è quella degli accattoni. Ce ne sono ovunque. Invito la popolazione a non sovvenzionarli»[1].
Nonostante l’amministrazione cittadina del capoluogo piemontese abbia mantenuto un volto umano è però possibile che una parte di noi torinesi abbia già fatto proprio il messaggio di avversione nei confronti dell’indigente lanciato con forza dalla legge sulla sicurezza urbana del 12 aprile 2017, che − riesumando in diversa forma le ordinanze cd. “pazze” del pacchetto sicurezza del 2008, dichiarate incostituzionali nel 2011 − permette alle città e ai loro sindaci di colpire coloro che invece dovrebbero proteggere.
Ci troviamo dunque già immersi nella cupa realtà americana che, a forza di spinte istituzionali alla costruzione del povero come nemico sociale, innesca l’odio nei confronti dei vulnerabili e alimenta la violenza gratuita verso gli homeless?
Come è ormai noto a molti, infatti, di fronte all’espandersi della povertà di strada − che anche noi oggi cominciamo a registrare − e alla “stanchezza di provare compassione” per il povero, determinata dalla presa di coscienza collettiva della natura permanente dell’indigenza di strada di massa, da qualche decennio a questa parte il sistema giuridico nordamericano perseguita il senzatetto, seguendo la teoria della “finestra rotta”. Così come tutte le finestre di una casa finiranno per rompersi se quando se ne rompe una nessuno la aggiusta, allo stesso modo quando i comportamenti espressione di disordine sociale sono tollerati − dice quella teoria − il disordine sociale cresce fino a trasformarsi in fatti di reato gravi o gravissimi. «Venti mendicanti in una zona commerciale creano più problemi di una rapina a mano armata», aveva detto George L. Kelling, uno dei due ideatori di quella teoria.
Negli Stati Uniti a partire dagli anni ‘90 il senzatetto viene perciò criminalizzato per il semplice fatto di esistere. Non solo chiedere l’elemosina, ma anche sedersi o sdraiarsi sui marciapiedi, riposarsi nei parchi pubblici, dormire sul suolo pubblico, lasciarvi − anche per poco tempo − i propri effetti personali, fare rumore o bere alcolici diventano altrettanti “reati contro la qualità della vita”. La vita di chi? Dei cittadini benestanti, ovviamente. A nulla valgono le azioni legali intentate nel tempo dagli avvocati dei senza fissa dimora: le Corti di giustizia giudicano legittime quasi tutte le ordinanze anti-povero. I suoi comportamenti di pura sopravvivenza lederebbero, infatti, beni preziosi quali il decoro urbano, la sicurezza pubblica o addirittura gli interessi commerciali. Anzi, fra il 2011 e il 2014 le ordinanze cittadine che puniscono chi non ha più nulla si intensificano e gli vietano addirittura di dormire nella sua macchina parcheggiata in luoghi pubblici, o a volte perfino in luoghi privati che il proprietario gli mette a disposizione, non adibiti (e quindi non attrezzati) per il riposo notturno. A San Francisco, per esempio, vige un divieto di usare come abitazione, fra le 10 di sera e le 6 del mattino, il proprio autoveicolo parcheggiato in strada, in un parco oppure sulla spiaggia. La sanzione prevede una pena pecuniaria o il carcere, nonostante il numero di letti nelle strutture pubbliche di emergenza sia sottodimensionato in ragione di migliaia di posti e gli affitti abbiano prezzi da capogiro[2]. A Palo Alto, sede della prestigiosa Stanford University, dove un’ordinanza del 2013 contiene una proibizione simile a fronte di soli 15 letti nei dormitori pubblici per 150 homeless, una mamma che dorme in macchina con il suo bambino dice: «Noi viviamo nella nostra automobile e non siamo gente cattiva. Non posso immaginare cosa potrebbe succederci qualora perdessimo questo riparo»[3]. A Placerville, sempre in California, il proprietario che consenta al senzatetto di dormire in tenda o in altre strutture di riparo sul proprio terreno per più di cinque giorni consecutivi è punito perché il suo comportamento costituirebbe una ragione di preoccupazione per il vicinato[4]. Siccome poi l’assembramento di molti indigenti determinerebbe un problema di allarme sociale, anche chi dia loro cibo viene, con il placet delle Corti, spesso punito da ordinanze comunali, che in realtà mirano a disfarsi degli imbarazzanti arredi urbani che disturbano la qualità della vita della gente “normale”[5]. Il caso del novantenne, fondatore di un’associazione benefica, arrestato a Fort Lauderdale, in Florida, per il suo rifiuto di ottemperare all’ordine di non dar da mangiare ai poveri, rappresenta un esempio di applicazione di quelle normative.
Nella land of the free, insomma, mentre si è certamente liberi di scegliere fra gli innumerevoli tipi di caffè e cappuccini che vengono venduti nello Starbucks di zona, non si è però liberi né di dormire nella propria macchina né di offrire ospitalità o cibo a chi ha bisogno.
La criminalizzazione del senzatetto ne restituisce a chi non è ancora caduto in povertà l’immagine di un diverso da sé, per il quale non solo non vale certamente la pena di preoccuparsi, ma che in fondo non è poi neppure sbagliato colpire. Essa genera un fertile bagno di coltura per germi di una ferocia inaudita. Sparare addosso all’homeless palle di colore, avvolgerlo con lo scotch mentre dorme, regalargli un panino imbottito di feci umane, rubargli la sedia a rotelle o le stampelle, accoltellarlo o dargli fuoco, diventano attività virali fra i giovani, soprattutto nelle città che hanno varato le normative più aggressive nei confronti del povero di strada[6]. Secondo la National Coalition for the Homeless, negli Stati Uniti, fra il 1999 e il 2015 le spietate aggressioni ai senzatetto sono state più di 1650!
Cosa ha significato allora dare ai sindaci italiani la possibilità di sanzionare − sia pur in via amministrativa − i poveri, come ha fatto la legge Minniti-Orlando? Speriamo davvero non dare la stura anche a casa nostra ad eventi pilotati da una perversa logica di annientamento di chi non ha, volta a sostituire quel sentimento di compassione e solidarietà verso i meno fortunati che ci rende umani. La versione fornita ai medici del pronto soccorso dall’homeless bruciato vivo a Torino, che ha spiegato di essere stato attaccato da alcuni sconosciuti che gli avrebbero versato addosso del liquido infiammabile prima di dargli fuoco, lascia però poco spazio all’ottimismo. E se pure non si trattasse ancora di un gesto crudele e gratuito nei confronti di un bisognoso solo perché tale, la preoccupazione per quel che il futuro prossimo ci può riservare resta altissima.

[1] A. Metz, I danni collaterali del Decreto Minniti, in Il Manifesto, 10 maggio 2017.
[2] Per il divieto e le sue conseguenze si veda A. Siu, In Pricey Bay Area, Some Turn to Vans for Cheap Living Quarters, in The Washington Post, 3 giugno 2016.
[3] The National Law Center on Homelessness and Poverty, No Safe Place: The Criminalization of Homelessness in U.S. Cities, 2014, p. 24.
[4] Ivi, p. 18.
[5] Cfr. The National Coalition for the Homeless, Food Sharing Report: Share No More: The Criminalization Efforts to Feed People in Need, October, 2014; J. Bailey, Food-Sharing Restrictions: A New Method of Criminalizing Homelessness in American Cities, in 23 Georgetown Journal on Poverty Law and Policy 273, 2016, pp. 291 ss.
[6] Il fortissimo aumento degli atti di violenza nei confronti dei senzatetto, che fa di loro molto più le vittime che non gli autori di reati, è messo in evidenza dal rapporto della National Coalition for the Homeless, No Safe Street: A Survey of Hate Crimes and Violence Committed Against Homeless People in 2014 and 2015, Luglio 2016.

Share →