Deve  il mondo contare sempre di più sui miliardari filantropi per finanziare la soluzione dei problemi dell’umanità?

Riccardo Petrella

 

Abbiamo appreso il 3 dicembre, dai media internazionali che  Mark Zuckerberg, fondatore presidente di Facebook e già miliardario all’età di 27 anni (più di 13 miliardi di $ di ricchezza personale)   (oggi ne ha 31) ha deciso con la moglie Chan, per celebrare la nascita della loro bambina,  di trasferire il 99% delle loro azioni Facebook (circa 45 miliardi di $)  alla Chan Zuckerberg Foundation per sostenere programmi mondiali di valenza sociale ed ambientale.

In questi ultimi anni, il numero di miliardari trasformatisi in filantropi, per colmare soprattutto le lacune e l’assenza di denaro pubblico necessario per finanziare importanti interventi in favore della vita degli esseri umani, soprattuto bambini, e del pianeta Terra, non ha fatto che aumentare. Menzioniamo, tanto  per citarne alcuni, il fondatore di Esprit  che ha speso  più di un miliardo per l’acquisto di terre in Patagonia cilena  per salvarle dalla costruzione di dighe e dallo sfruttamento forestale;  il fondatore del Cirque du Soleil  che  la cui Fondazione One Drop spende decine milioni di $ annui in favore dell’accesso all’acqua potabile buona;  Bill Gates, l’uomo più ricco del mondo che con il lascito di 40 miliardi di $ ricevuto dal suo amico Warren Buffett, secondo uomo più ricco al mondo e grande speculatore finanziario, ha dotato la Bill e Melinda  Foundation di un capitale vicino ai 70 miliardi di $.

Tutte le grandi imprese multinazionali del mondo hanno creato la loro Fondazione : Wall Mart, Unilever, Monsanto, Coca-cola, Pepsicola, Nestlé, General Electric, Samsung, Toyota, Volkswagen a sostegno di iniziative contro la povertà, le malattie, i disastri ambientali, per l’educazione, la cultura,  il patrimonio artistico…

Certo, l’iniziativa dei Zuckerberg è in sé meritoria, soprattutto se è vero che è stata presa non per ridurre le tasse e facilitare un uso flessibile della loro ricchezza. Resta una duplice domanda.

Primo: perché  il mondo in cui viviamo lascia crescere delle ricchezze personali così colossali da diventare dei veri surplus inutili e quindi indurre  i loro stessi proprietari a non averne  bisogno e a trasferirle a dei soggetti privati di “utilità sociale” ? Nel mentre, su pressione delle stesse imprese, i poteri pubblici da quaranta anni hanno optato in favore della riduzione delle tasse dirette e tassano pochissimo le grandi fortune, trovandosi poi con sempre meno risorse finanziarie per  i loro compiti ed obblighi sociali?

Secondo, perché i soggetti politici accettano l’impoverimento crescente delle finanze pubbliche, in particolare nei campi detti sociali ed accettano  vincoli  e limiti importanti alle spese pubbliche sociali (ma non militari e non quelle in sostegno delle imprese) e contano sempre di più sull’intervento delle fodazoini e di altri soggetti filantropici, (il mondo del volontariato, per esempio) per far fronte alle “urgenze” umanitarie e sociali?

Dobbiamo indurre che la lotta contro la  povertà e l’esclusione sociale è destinata a diventare un “business” della  filantropia privata mondiale e, quindi, opera di carità e di compassione umanitaria, piuttosto che opera di scelte politiche e sociali chiare da parte della collettività in sostegno dei diritti umani universali, miranti dunque allo sradicamento strutturale dell’impoverimento e dell’esclusione?

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