Il “riscatto” del diritto all’acqua. Che fare contro il ricatto delle classi dirigenti? La trilogia dell’acqua.

Riccardo Petrella

Questo articolo è pensato in tre riflessioni: una sul fenomeno della non-democrazia, a partire dalle problematica dell’acqua bene comune pubblico e diritto umano. La seconda cercherà di identificarne le cause strutturali. La terza proporrà alcune cose da fare per impedirne la perennità e l’estensione.

La mercificazione dell’acqua e la privatizzazione dei servizi idrici anche contro la volontà espressa dei cittadini (1°)

I fatti.

L’Italia è diventato l’esempio più stridente e scandaloso di come la volontà espressa dai cittadini con gli strumenti attraverso i quali, secondo la Costituzione del nostro paese, il popolo esercita la sua sovranità (iniziativa legislativa popolare, referendum….), non conta un fico secco agli occhi delle classi dirigenti. Non v’è più sovranità popolare reale nel nostro paese. Prima il “Palazzo”, poi la “Casta” ed ora, da alcuni anni, i “Riro” (Riformatori/Rottamatori) di vario bordo, se ne infischiano spudoratamente. Anzi, non pensano che a raggiungere nelle prossime elezioni politiche il 40% dei voti per ricevere il premio “altamente democratico” (!) di avere il 55% dei seggi e governare indisturbati, senza più essere scocciati dal popolo.

Il campo dell’acqua è il settore dove la volontà dei cittadini è sistematicamente cancellata. Solo alcuni esempi maggiori:

2006 la proposta di legge regionale toscana d’iniziativa popolare sull’acqua bene comune e diritto umano, che raccolse più di 43 mila firme legalizzate (il minimo richiesto era 3.000 !) fu bocciata dal Consiglio regionale in ottobre 2006;

2007 la proposta di legge nazionale sull’acqua bene comune e diritto umano, di iniziativa popolare, suffragata da 403.626 firme (ne erano richieste 50.000) è stata letteralmente ignorata dal Parlamento italiano durante 7 anni. Messa in esame due anni fa, il Parlamento ha approvato nel 2016 una nuova legge nazionale con la quale ha interamente stravolto i fondamenti ed i principi della proposta popolare ed in totale contraddizione con i risultati dei referendum sull’acqua nel frattempo intervenuti nel giugno del 2011;

2011, infatti, i cittadini favorevoli all’acqua bene comune ed al diritto umano all’acqua, sono riusciti a far riconoscere la legittimità di due referendum abrogativi sull’acqua (nel senso sia di eliminare l’inclusione del profitto nella tariffa del servizio idrico integrato secondo il principio “niente profitto con l’acqua potabile,” sia di ri-introdurre il principio della gestione pubblica del servizio idrico). Ebbene, 27 milioni di italiani (più del 95% dei votanti) dissero si ai referendum. Mai le autorità politiche nazionali, regionali e locali comprese le istituzioni incaricate della salvaguardia del rispetto della Costituzione, hanno applicato e rispettato i risultati referendari: il grande corpo dei dirigenti politici ed economici (con l’accordo prevalente anche in seno ai sindacati) continuano a far pagare, sotto altre denominazioni mistificatrici, la remunerazione del capitale e perseverano imperterriti nei processi di privatizzazione e di rafforzamento della privatizzazione dei servizi idrici attorno alla formazione di quattro-cinque SpA multiutilities quotate in borsa di grandi dimensioni europee e internazionali. Un vero sostanziale furto della Costituzione;

2013-2014, Calabria: è sottoposta una proposta di legge regionale d’iniziativa popolare sull’acqua bene comune e diritto umano. Il Consiglio regionale approva pero’ una legge regionale totalmente differente da quella popolare;

2014-2015, la regione Lazio approva la prima legge regionale d’iniziativa popolare proprio sull’acqua. Il governo nazionale impugna ed ottiene l’annullamento della legge “per anticostituzionalità”;

2016, Roma e Torino eleggono due sindachesse del M5S che avevano affermato la loro volontà di procedere alla ripubblicizzazione dei servizi idrici. Finora hanno preso delle decisioni che vanno nel mantenimento sostanziale della situazione attuale fondata sulla gestione da parte di due imprese SpA (rispettivamente ACEA e SMAT) ;

2016, la Corte costituzionale annulla per anticostituzionalità il cosiddetto “decreto Madia” relativo alla Riforma della Pubblica Amministrazione. Il decreto della ministra Madia conteneva una definitiva e forte spinta alla privatizzazione dei servizi pubblici locali con qualche limite specifico riguardante il settore idrico. Un’eccezione concessa dalla ministra all’ultimo momento sotto pressione dei movimenti «acquaioli». Ebbene, il governo Renzi, ora governo Gentiloni, continua a spingere in favore della concentrazione territoriale privata delle imprese gestori dell’acqua come se la sentenza della Corte costituzionale non ci fosse stata, e avendo definitivamente messo all’oblio i risultati referendari del 2011;

– 2016, 4 dicembre, una maggioranza di 56% degli elettori vota, per via referendaria, contro la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. Questa prevedeva modifiche sostanziali agli attuali assetti istituzionali tra Stato, Regioni e collettività locali nel senso anche della perdita di autonomia da parte dei Comuni , le Province e le Regioni nella gestione dei beni e servizi comuni pubblici a vantaggio del governo centrale e degli operatori privati. Anche i risultali di questo referendum sono stati ad oggi congelati, in attesa ed in vista delle nuove elezioni politiche di cui ancora non si conosce la data;

2005- 2016ciliegina sulla torta. Nel 2005, la popolazione della Puglia aveva eletto con grande entusiasmo Nichi Vendola alla presidenza della Regione per due ragioni principali: i suoi impegni presi in favore della ripubblicizzazione dell’acqua (AQP, Acquedotto pugliese) e della riforma regionale della sanità. Benché rieletto (sempre sulle promesse della ripubblicizzazione dell’AQP) non ha realizzato alcuna pubblicizzazione, anzi ha aperto la via ad un rafforzamento delle strategie di privatizzazione. Quest’ultime sono state perseguite dal suo successore, l’attuale presidente Michele Emiliano. Anch’egli ha giocato sulla ripubblicizzazione durante la campagna elettorale e, ancora nel marzo del 2016, ha pubblicamente dichiarato la sua fede in quattro principi relativi all’acqua bene comune pubblico e diritto umano.

Emiliano come Vendola, due settimane fa il Governatore pugliese avrebbe finalmente detto chiaramente che la ripubblicizzazione dell’AQP non è possibile, argomentando – in maniera speciosa e mistificatrice- che l’AQP è troppo grande/grosso per essere ripubblicizzato. Cioè i costi finanziari per la ripubblicizzazione sarebbero fuori portata della Regione e dello Stato! Per cui, siccome c’è sempre più bisogno di denaro per il mantenimento e lo sviluppo dell’AQP, la soluzione migliore per Emiliano è ora diventata quella di aprire il capitale dell’AQP ai capitali privati mantenendo, spera, la maggioranza del capitale in mano pubblica e sotto il controllo dei poteri pubblici. Non so se si tratti d’ignoranza o di malafede ma, con tutto il rispetto che si deve alle idee altrui, devo dire che se si tratta d’ignoranza consiglierei al presidente della Regione di andare a studiare i casi dell’ACEA, di HERA, di IREN…e poi ritornare a Bari e spiegare nuovamente ai cittadini pugliesi perché non si può ripubblicizzare l’AQP. Se si tratta di malafede, suggerirei le dimissioni. Trattandosi verosimilmente né dell’una né dell’altra, perché un siffatto tradimento rispetto alle tesi sostenute e agli impegni presi ? Il caso pugliese (duplice voltafaccia Vendola-Emiliano) non solo è condannabile ma anche preoccupante perché esso conferma l’inaffidabilità politica della classe dirigenziale italiana degli ultimi venti e più anni e il loro disprezzo – al di là del carisma e della retorica autoreferenziale) della volontà dei cittadini e della sovranità del popolo.

Quali ne sono le cause profonde? 

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Anche contro la volontà espressa dei cittadini. Si mercifica l’acqua e si privatizzano i servizi idrici (2°)

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Perché? Possibili spiegazioni.

Nel post precedente (I fatti) abbiamo documentato come, in Italia in particolare, si continua a mercificare l’acqua e a privatizzare i servizi idrici anche contro la volontà espressa dei cittadini. In questo secondo post cercheremo di comprendere perché ciò è accaduto ed accade.

Non credo, se prendiamo il caso dei due presidenti della Regione Puglia che si erano impegnati a ripubblicizzare l’Acquedotto Pugliese (AQP) o delle sindachesse M5S di Torino e di Roma, che il fenomeno possa essere imputato all’ignoranza e/o all’inesperienza delle classi politiche e dirigenziali di questi anni. Né tantomeno alla malafede. Se così fosse, dovremmo allora ammettere, cosa impensabile, che i cittadini italiani hanno eletto o cooptato al governo del Paese degli ignoranti e inesperti e dei malafede fin dal 1994 (approvazione della «prima grande»  legge nazionale sull’acqua del dopoguerra, detta legge Galli. Questa introdusse l’obbligo di pagare un prezzo dell’acqua, inclusivo del profitto, e favorì l’apertura della gestione dei servizi idrici alle imprese private). Che ci siano stati casi del genere è incontestabile. Che il fenomeno, invece,  sia stato generale, strutturale, non è affatto plausibile.

Possiamo parlare di tradimento delle élite? Certamente no, specie per i gruppi dirigenti che da sempre sono favorevoli alla mercificazione della vita e alla privatizzazione generalizzata dell’economia. Riguardo gli altri gruppi, anche qui è possibile ammettere l’esistenza di casi anche significativi, ma non di una situazione generalizzabile. Restando sul caso della Puglia, i presidenti della  Regione menzionati, sono stati succubi volontari di quel che chiamerei «il ricatto economicista efficientista» il cui virus ha contaminato le classi politiche e dirigenti dette «progressiste» o di «sinistra»  (non solo) italiane degli ultimi trent’anni.

Il ricatto  è fondato su un cambio importante avvenuto nel sistema di valore di dette classi. Al di là della retorica o delle proclamazione, esse hanno cominciato, a partire dagli anni ’70, a non credere più in due principi :

  • che tutti i cittadini sono uguali rispetto ai diritti umani,
  • che il ruolo fondamentale dello Stato è di regolare e governare il funzionamento dell’economia nazionale ed internazionale affinché queste producano e garantiscano a tutti l’accesso ai beni comuni e servizi pubblici essenziali e insostituibili per la vita e strumentali ai diritti umani  e sociali.

Hanno creduto, invece – ed imposto ai cittadini malgrado la loro opposizione – che in un mondo dove la tecnologia si appropria, con effetti sempre maggiori, sovente anche negativi, della produzione e della distribuzione di detti beni comuni e servici pubblici, e dove, peraltro, i nostri modi vita hanno reso più rare molte delle risorse naturali (come l’acqua buona per usi umani):

  1. i diritti hanno dei costi crescenti che lo Stato non può più assumere pena un aumento «intollerabile» – hanno detto – della fiscalità, per cui tocca ai cittadini che usufruiscono della loro disponibilità e accesso di pagarne il prezzo in funzione del loro «consumo» (come per qualsiasi altra «merce»);
  2. è necessario, al fine di rispettare quel che hanno interiorizzato come nuovi imperativi politico-economici per i poteri pubblici (e cioè l’efficienza, l’efficacia e l’economicità della gestione «tecno industriale e commerciale» dell’acqua e dei servizi idrici) di affidarne il governo alle imprese e ai capitali privati.

L’argomento, in sé ridicolo, del presidente Emiliano che ha affermato che non si può ripubblicizzare l’AQP perché troppo grande (implicitamente, la ripubblicizzazione costa troppo per le finanze pubbliche) fa parte integrale dell’argomentario mistificatore del ricatto che dal 1994 è utilizzato …..specie a «sinistra», per «giustificare» lo smantellamento dello Stato del welfare, il ritiro dello Stato dall’economia ed il trasferimento del governo dell’economia ai capitali privati mondiali e alle logiche globali del primato del rendimento finanziario.

In fondo, dette classi dirigenti hanno abusato e continuano ad abusare dei cittadini ricattandoli in nome del denaro dei cittadini. «Noi, dicono ai cittadini, non vogliamo uno Stato che vi tassa molto, anzi di meno in meno. Ogni cittadino deve pagare direttamente i costi di soddisfazione dei bisogni fondamentali non secondo la quantità e la qualità comprate. Non vogliamo domandare alle tasse di coprire i costi delle perdite e della cattiva gestione dei baracconi pubblici, statali. Solo una gestione privata sarà capace di far pagare al giusto prezzo l’acqua usata. Coloro che sono morosi nei pagamenti non possono pretendere di avere accesso ai beni comuni pubblici a scapito degli altri cittadini. Tutt’al più aiuteremo i veri poveri coprendo i costi incorsi dalle imprese private obbligate a fornire l’acqua a sottocosto».

Un ricatto che giustamente non funziona  presso la maggioranza dei cittadini in continua lotta contro la mercificazione dell’acqua e la privatizzazione dei servizi idrici, ma che, invece, ha convinto e convince i dirigenti politici ed economici oramai acquisiti ai mantra dell’economia capitalista di mercato dominante a farne un ampio uso. Se questo ricatto è visto come l’espressione di  un atto di tradimento, è possibile allora, anche a mio avviso, parlare di tradimento.

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Il “riscatto” del diritto all’acqua (3°)

Che fare contro il ricatto delle classi dirigenti?

 

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Il “riscatto” del diritto all’acqua. 3

Che fare contro il ricatto delle classi dirigenti?

Come abbiamo cercato di dimostrare nel precedente post, il ricatto economicista e tecnocratico sui diritti costituisce la ragione principale della mercificazione dell’acqua e della privatizzazione dei servizi idrici. Il ricatto spiega in particolare le numerose incoerenze, contraddizioni e mistificazioni di cui hanno fatto prova le classi dirigenti dette di “sinistra ” nel corso degli ultimi quaranta anni in materia del diritto all’acqua e dell’acqua bene comune

Nel nostro caso, il “riscatto” però non deve essere interpretato, come è esplicito nella definizione corrente del termine, nel senso della “liberazione” del diritto all’acqua conseguita o concessa grazie al pagamento del prezzo dell’acqua imposto dai poteri dominanti. Il riscatto deve passare attraverso il rifiuto del ricatto, cioé il rifiuto di pagare un prezzo dell’acqua, ridotta a merce, in quanto consumatori. E, a partire da questo, rivendicare in quanto cittadini aventi il diritto all’acqua potabile, come finalmente sancito dalla risoluzione dell’ONU del 28 luglio 2010, l’accesso uguale per tutti all’acqua potabile nella quantità e qualità necessarie per la vita secondo il principio che l’obbligo di coprire i costi è della responsabilità della collettività/Stato.

Per questo, Il riscatto significa lotta democratica, aperta, cittadina, continua affinché la collettività/Stato rispetti gli obblighi assunti nel riconoscere costituzionalmente il diritto umano alla vita.

Mai cessare, dunque,

  1. a) di lottare contro le leggi che impongono il pagamento di una fattura per i litri relaiivi al diritto (servizi igienico-sanitari compresi),
  2. b) di far rispettare la volontà dei cittadini che, come in Italia , hanno votato per via refendaria contro l’idea che si possa trarre profitto dal servizio idrico e quindi contro la privatizzazione mercantile di detto servizio,
  3. c) di battersi per l’inclusione esplicita del diritto umano all’acqua nelle costituzioni degli Stati, negli statuti delle Regioni ed in quelli dei Comuni e quindi in favore della giustiziabiità del diritto all’acqua.

A tal fine, la priorità deve essere messa, come punto pregiudiziale di (ri)partenza, senza compromessi possibili, sulla creazione di una finanza « pubblica » , a tutti i livelli, ed in particolare a livello delle comunità di base (Comuni, Città, Cooperative, Consorzi…) al servizio del governo pubblico dei beni comuni e dei servizi pubblici non privatizzabili. Questa finanza non deve seguire necessariamente i principi ed i canoni della finanza capitalistica privata come accade oggi. Per esempio, non deve essere necessariamente allineata sulla traduzione esclusivamente monetaria mercantile del valore dei beni e dei servizi inerenti alla concretizzazione dei diritti umani e sociali. Il caso della moneta wir in Svizzera usata dalle amministrazioni pubbliche tra di loro mostra che è possibile innovare in questo campo. In questa prospettiva, ri-inventare la finanza cittadina, cioè le casse di risparmio e le banche di credito cittadine ed i circuti finanziari pubblici locali, radicati nei territori, è assolutamente urgente ed indispensabile. Contrariamente al dogma ideologico distruttore dei diritti oggi dominante, secondo cui « l’acqua finanzia l’acqua » come l’automobile finanzia l’automobile (cioè a dire il prezzo pagato dai consumatori finanzia l’industria idrica o dell’automobile), dobbiamo ottenere od imporre che il diritto all’acqua sia finanziato dalla collettività secondo i principi di giustizia, di dignità, di eticità del « pubblico », di sostenibilità, di democrazia.

Le vie per realizzare il riscatto non sono univoche, standardizzabili, ma multiple, differenti. Occorre liberare i diritti dalla dominazione/prigione monetaria, finanziaria e commerciale. L’economia dei diritti ed il loro governo non possono obbedire ai meccanismi di mercato ed agli imperativi di rendimento finanziario. Nel lungo termine è indispensabile demonetizzare il diritto all’acqua e la gestione del servizio idrico. La costituzione di aziende pubbliche speciali per l’acqua, di imprese comunitarie, di consorzi intercomunali, di cooperative di quartiere, di “acquedotti cittadini”, praticanti altre e nuove forme di finanza costituiscono forme innovative sul cammino della promozione di un’economia dei diritti liberata dalla violenza del profitto legata al dominio dei portatori d’interesse e dell’utilitarismo.

Non si deve tollerare che i poteri pubblici adottino soluzioni miranti al gonfiamento del capitale degli azionisti delle multiutilities HERA, IREN, ACEA, SUEZ, VIVENDI , AQP (alla moda di « Emiliano come Vendol »). L’etica e la saggezza pubbliche impongono agli attuali dirigenti eletti di optare in maniera assoluta per le soluzioni miranti a promuovere e garantire i diritti e la responsabilità dei cittadini. Questa è la via alla liberazione dei cittadini dalla loro attuale riduzione a consumatori e sottomissione lle potenze finanziarie.

Riccardo Petrella – Fine

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