L’articolo di Genny su Mosaico di Pace e sulla nostra campagna.

di Genny Mosaico.

Gabriel, hai solo 7 anni e vorrei spiegarti tante cose. Vorrei lasciarti un presente luminoso e una Terra senza i vergognosi segni della nostra devastazione. Hai soltanto 7 anni e vorrei che tu e le milioni di giovanissime anime che costruiranno il successivo strato di mondo potessero vivere felici e liberi da ogni paura. Sai, siamo tutti abitanti di questo pianeta, unico e irripetibile, inesorabilmente protagonisti del divenire e non possiamo mai sottrarci al dovere/volere di fare la nostra parte nell’evoluzione comune. Desidero spiegarti che cos’è l’audacia, perché tu possa, più in là nel tempo, saperla riconoscere e comprendere il perché ne abbiamo tanto bisogno.

CORAGGIO E AUDACIA

Il coraggio, tu lo sai, può esprimersi nel compiere qualcosa che si ha paura di fare. Puoi avere coraggio di tuffarti da una roccia a otto metri di altezza e essere ancor più coraggioso se lo fai quando stai cercando di superare la tua fobia dell’acqua. Sei coraggioso se denunci azioni di bullismo a scuola o se, come Malala, resisti a quella parte di società ottusa che ostacola alle bambine il diritto a una degna istruzione. Ci sono tanti “coraggi”, eppure l’audacia contiene un elemento in più, quello dell’infrangere limiti personali o regole grette pur senza conoscere quello che sarà il “dopo”. È l’incoscienza genuina del “darsi”, senza occuparsi delle conseguenze che sono imprevedibili. Se le generazioni precedenti hanno potuto muoversi sul terreno insidioso delle ideologie, ora sembra di assistere allo sbriciolamento di ogni impalcatura etica e valoriale, per trovarci in un limbo torbido di assenza (apparente?) di confini, di certezze. Coesiste tutto e il contrario di tutto, siamo capaci di trovare una giustificazione ad azioni nettamente contrarie all’essere umano. Una sorta di entropia, laddove le virtù del vivere comune cedono il passo alla vanità di soddisfazioni individualistiche. Eppure, quest’attuale entropia che vive della tensione mio/tuo (prima io/poi gli altri) si dovrà ordinare in un equilibrio che includa il noi/nostro. Questa è la direzione per un vivere collettivo pacifico e plurale.

MIGRAZIONI

Per esempio, Gabriel, stiamo vivendo una pagina storica in cui tante persone si spostano dalle loro case in cerca di orizzonti di salvezza in altre terre. Migranti in fuga da guerra, fame e calamità naturali, oggi sono trattati come oggetti da inscatolare in quello sgradevole pacchetto “da rimandare al mittente”. Perché quest’ostilità dilagante? In qualche luogo intangibile della coscienza percepiamo noi stessi come esseri indipendenti, separati da tutto ciò che è altro da noi? Pare che il mondo si stia polarizzando tra coloro che hanno un certo rispetto dell’altro da sé e coloro che non vedono al di là del proprio steccato. Come se per questi ultimi si fosse esaurita la dose di empatia regalata a tutti sin dalla nascita, animata dalla batteria dell’immedesimazione. Per te, Gabriel, non è forse semplice e spontaneo scambiarci di ruolo, “ora faccio io il dottore e tu fai il paziente”? Tuttavia c’è una fetta di umanità che non trova mai l’occasione per immedesimarsi nell’altro.

AFFANNI

E poi corriamo e corriamo, siamo diventati pluri-tasking con un’attenzione selettiva a ciò che esiste all’esterno di noi e una connessione molto labile ai livelli più profondi, integrati nell’internet delle cose come fossimo anche noi oggetti. Intenti a tecnologizzare processi, crescere l’intelligenza artificiale invece del pensiero critico. Acceleriamo e sorpassiamo. Ma per arrivare dove? Quando ci facciamo rapire dalla fretta spasmodica, Gabriel, non ci permettiamo di usare la testa e facilmente sputiamo fuori emozioni di pancia, che ridotte all’osso, non sono altro che reazioni alla paura. Paura: ricordiamocela questa parola, perché è il misterioso sfidante onnipresente nelle nostre coscienze, che ha il solo scopo di farci pendere per la scelta peggiore. La paura è ferire in anticipo per non essere feriti, è giudicare subito per non essere giudicati, è corazzarsi per tempo, prima che l’altro possa minacciarci. Se comprendessi i telegiornali, Gabriel, saresti colpito dal vedere persone ormai stanche di “accogliere”, di fare la parte dei solidali, fregiati ormai dello spregevole temine “buonisti”. Molti si sentono sopraffatti e vogliono affidarsi a qualcuno di apparentemente più forte che li rappresenti, forse vogliono anche sfogarsi prendendosela con qualcuno e non sono coscienti di essere invischiati nel meccanismo vittima/oppressore. Quando non possediamo calma mentale, né dati razionali a disposizione per comprendere le sfaccettature di una situazione, possiamo agire con deprecabile emotività. E la forza trainante del gregge fa il resto. Se non impariamo a vivere bene gli uni con gli altri, che ne sarà di noi? Se non impariamo a integrare l’altro da noi, che fne faremo? Lo scrittore americano R. Fulghum disse che la massima parte di ciò che serve per vivere si impara all’asilo: “Dividere tutto con gli altri, giocare correttamente, non fare male alla gente, rimettere le cose a posto. E non dimenticare di guardare”. Parole nude ed essenziali che sgombrano il campo dall’indifferenza verso l’altro. Mantieni fede a queste raccomandazioni, Gabriel, perché anche se diffcile e scomodo, non è entro i bordi ristretti del nostro ego che possiamo davvero sentirci felici. Se un giorno io dovessi diventare “diversa”, ad esempio convertirmi a un’altra fede religiosa o perdere brutalmente l’uso delle mani a causa di un incidente e non essere produttiva per l’azienda non potendo scrivere al PC, ne consegue che dovrei essere fatta fuori? È qui che il seme dell’umanità può marcare due vie: germogliare nel frutto più annichilente della violenza tesa ad allontanare i sintomi più irritanti del diverso, oppure elevarsi a considerare l’altro da sé come sé stesso. “Il nostro compito è fare un passo avanti sulla strada che dalla bestia porta all’uomo” proferì Hermann Hesse, ma è una facoltà pur sempre nostra quella di decidere per uno scenario verso il basso che disgrega e scoraggia o ridisegnare la storia. Per questo Gabriel, noi umani abbiamo bisogno dell’audacia di guardare noi stessi allo specchio e regalarci la sfda di modellare la realtà sulla base dei valori che abbiamo posto in vetta.

LA PROPOSTA

L’economista Riccardo Petrella denuncia da decenni le strutture che perpetuano logiche ingiuste a danno di molti strati di popolazione. Concezioni dominanti del sistema quali: utilitarismo, nulla ha valore se non può essere oggetto di transazione; individualismo, prima io e il mio conto in banca, senza occuparmi dell’impatto sull’ecosistema; violenza e confitti per accaparrarsi acqua, sementi, materiali, mantenendo in vita organizzazioni militari con lo scopo di sopprimere l’altro. Da qui la sua proposta di scrivere a più mani una Carta dell’Umanità, perché questa si riconosca attore principale della regolazione politica, economica e sociale su scala globale e si doti di istituzioni e mezzi per governare il futuro comune su base pluralistica. Il primo momento concreto sarà durante la convocazione dell’Agorà degli Abitati della Terra, evento in fase di defnizione, durante la quale si lavorerà anche alla Carta d’Identità – Abitante della Terra, promossa da una rete di Comuni e che avrà un valore simbolico, umano e sociale. Ora ti saluto, caro Gabriel, con le parole di E. Balducci: “Metti il centro di te fuori di te e capirai il mondo”. Ti auguro di avere l’audacia dell’uomo solidale con l’altro uomo e di mantenere sempre lucida e critica la coscienza. Sii te stesso. Sempre.

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