La fine della politica della vita.

Con molti bassi ma anche molti momenti di alto valore civile, sociale ed umano, si può dire che negli ultimi 70 anni la politica è rimasta entro i limiti di una cultura (visioni e pratiche collettive) che potremmo definire la cultura della politica della vita, cioè di principi, finalità, obiettivi, programmi, mezzi e modi di agire, che mettono al centro del pensare e fare politica le questioni relative alla vita – diritti umani individuali e collettivi, responsabilità comuni, vivere insieme, la democrazia, l’educazione, la salute, i trasporti, i beni comuni, i servizi pubblici, la pace, la cooperazione culturale, la solidarietà, lo sviluppo sostenibile…

Con l’arrivo al potere di Duterte (Filippine), e soprattutto di Trump negli Stati Uniti, e di recente, della destra xenofoba e razzista in Europa, l’elezione di Bolsonaro alla presidenza del Brasile conferma che l’umanità è entrata in una nuova fase, quella della fine (quanto provvisoria?) della politica della vita. La profonda violenza implicita nei propositi e nelle dichiarazioni poliziesche e sanguinarie di Bolsonaro – non differenti nella sostanza da quelle odiose e bellicose del bianco primatista miliardario americano Trump contro coloro che non sono d’accordo con lui e gli altri paesi che mettono in rischio la supremazia mondiale americana – dà il via ad una cultura della politica della morte. Questa non esita a minacciare di eliminazione anche fisica gli oppositori e dissidenti, gli accattoni, gli ammalati, gli omosessuali; promette totale libertà allo sfruttamento e devastazione delle foreste primarie (nel caso di Bolsonaro, l’Amazzonia e, quindi, delle popolazioni indigene in lotta da anni per la preservazione della natura e dei territori da loro abitati); esalta il ritorno alla dittatura poliziesca e militare ed alla sua esportazione nel mondo intero.

La politica della morte non è una sorpresa. Accettare la privatizzazione e mercificazione del vivente e dell’intelligenza artificiale fa parte di quei fattori che conducono ad essa, come l’autorizzazione dell’uso del glifosato, la legalità dei paradisi fiscali o del commercio delle armi e la libertà del porto d’armi negli Stati Uniti, come l’accettazione delle dichiarazioni di un «padre politico» di Salvini, il ben noto Bossi, che affermò che si puliva il buco del c… con la bandiera italiana o di un Calderoli (che è stato perfino vicepresidente del Senato italiano) che propose di bombardare le barche degli immigranti come soluzione finale alle immigrazioni dette «clandestine», e che non fu nemmeno espulso dal Senato. L’inno alla competitività per la sopravvivenza del più forte (il famoso detto americano “only the strong will survive“) è all’origine della fabbrica sociale che ha promosso la competitività per la morte dell’altro.

E nessuno può dire che sono mancate le allerte!

 

Riccardo Petrella, 31 ottobre 2018

 

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