La tragedia della lotta al terrorismo (parte 2°)

Riccardo Petrella, Professore emerito dell’UCL (Belgio)

In secondo luogo, il terrorismo spesso è servito e serve tutt’oggi come alibi per gli Usa e l’Ue, per giustificare la loro militarizzazione crescente, legata invece all’obiettivo del rafforzamento dell’industria bellica per il ruolo vitale che essa gioca sempre di più per l’egemonia mondiale e la crescita economica.

La tecnologizzazione intensiva degli armamenti e delle operazioni militari (si pensi ai droni e agli effetti che hanno su numerosi settori economici civili) ha fatto si che l’economia bellica (industria, commercio, finanza), soprattutto quella illegale, sia divenuta un settore sempre più strategicamente rilevante e redditizio. I potenti fanno sempre più guerre e mirano a un “mondo armato”, non tanto per eliminare il nemico quanto per accrescere i profitti dei detentori di capitali, anche pubblici. Maggiore è la vendita e l’uso delle armi ad alta sofisticazione e potenza distruttrice, maggiore è l’introito dei produttori e dei commercianti. Gli americani, gli inglesi, i francesi, i russi, i tedeschi (e domani i cinesi) accrescono le loro ricchezze impoverendo quelle degli altri. Altro che lotta al terrorismo! Abbiamo casi esemplari come la guerra in Iraq (2003), in Libia (2011), in Siria (intervento della coalizione internazionale anti-jihadista nel settembre 2014) tutt’oggi in corso.

Tutti sanno che Sarkozy ha deciso autonomamente di bombardare la Libia per mere ragioni politiche interne. La devastazione della Siria, alla quale hanno contribuito tutte le parti in gioco, ha poco a che fare con la lotta al terrorismo. Secondo il rapporto Chilcot della Commissione d’Inchiesta del 2009 voluta dal governo britannico, la decisione di Tony Blair (allora primo ministro) di invadere l’Iraq “fu presa senza neanche aver considerato delle opzioni pacifiche e senza una preparazione adeguata rispetto alle possibili conseguenze”. Il rapporto è chiaro: “La guerra non era necessaria. Saddam Hussein non rappresentava una minaccia imminente”. La guerra ha distrutto un intero paese (città, villaggi, infrastrutture, strade, risorse idriche, ospedali) ed ha provocato danni anche alle regioni circostanti. I morti sono stati circa 134.000 civili iracheni, 11.000 poliziotti e militari iracheni, 4.488 militari americani e alleati, per un costo totale di 1,5 mille miliardi di euro. Non parliamo poi dell’esodo di massa e della orribile tragedia che migliaia di bambini sono rimasti orfani. Ancora oggi, milioni di rifugiati vagano alla ricerca di un posto dove vivere. Lo stesso vale per i  siriani. Più di 13 milioni di persone hanno dovuto abbandonare la propria terra. L’Onu ha stimato che più di 4,8 milioni di rifugiati siriani risiedono in soli 5 paesi, ovvero la Turchia, il Libano, la Giordania, l’Iraq e l’Egitto. Le loro condizioni di vita sono disumane, ma i potenti hanno manifestato poca disponibilità ad “aiutarli”. I 5 paesi del Golfo, compresa l’Arabia Saudita, non hanno offerto nessun luogo di accoglienza per i rifugiati siriani. La Germania si è impegnata per accoglierne più di 43.431. Il resto dei membri Ue ha offerto 51.205 posti per i programmi di ammissione e accoglienza, vale a dire che i paesi più ricchi “ospitano” appena l’1% dei rifugiati siriani! Questo è il presente.

Ma in futuro? A chi sarà affidato il compito di ricostruire l’Iraq, la Libia, la Siria? Non è difficile da immaginare. Che presa in giro! (2 – segue)

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