La tragedia della lotta al terrorismo (parte 3°)

Riccardo Petrella, Professore emerito dell’UCL (Belgio)

Infine, la terza espressione della tragedia. Quanto più gli Stati, che a detta loro sono coinvolti nella “lotta contro il terrorismo mondiale”, intensificano la battaglia provocando disastri devastanti soprattutto dal punto di vista umano, proprio come abbiamo constatato poco fa, più operano una rivoluzione copernicana a livello emotivo, del dolore, della pietà, della colpa. Le persone morte negli attentati terroristici in Europa e negli Stati Uniti diventano (com’è giusto che sia) sempre più delle vittime innocenti sull’altare delle libertà e dei valori. Ovunque si ergono memoriali, monumenti, si incoraggiano manifestazioni per gli anniversari tentando di condividere il dolore collettivo, i ricordi comuni… La commozione e le iniziative di solidarietà tra di noi, sono notevoli. Nei nostri paesi, l’immaginario delle giovani generazioni è colmo di episodi di attentati, e vi è una confusa mescolanza che mette sullo stesso piano gli arabi, i musulmani, gli islamisti, i terroristi e gli jihadisti. Le nostre televisioni ci propinano continuamente reportage commuoventi sulle innocenti vite spezzate dagli attentati di Parigi, Bruxelles, Manchester, Nizza, Berlino. Ma dove sono i memoriali, i monumenti, le ricorrenze degli anniversari, le cerimonie di condivisione del dolore e dei ricordi per la morte dei 135.000 civili iracheni uccisi dall’inutile invasione anglo-americana? Quanti telegiornali hanno raccontato di migliaia di bambini libici morti a causa dei bombardamenti voluti dal presidente francese? E allo stesso modo, dove sta la commozione per le decine di migliaia di bambini siriani rimasti orfani? Possiamo accettare che le nostre vittime siano ricordate mentre le loro siano dimenticate, ignorate, messe in secondo piano perché farebbero  parte dell’“asse del male”, in cui l’ex presidente americano Bush Jr ha murato il divenire di milioni di arabi-musulmani?

Dopo oltre 30 anni di lotta, il terrorismo si è fortificato. Accrescendo soprattutto l’abisso che separa le popolazioni arabe e musulmane da quelle cristiane, cattoliche, laiche. Più la lotta si militarizza, più lontano sarà l’avvicinamento tra i popoli e gli appartenenti alle diverse comunità che compongono l’umanità. Il terrorismo si nutre di odio e di violenza, ma non è certo con l’odio e con la violenza che lo si riuscirà a combattere. I dirigenti dei paesi coinvolti non danno segno di voler ammettere questa verità, almeno per ora. La tragedia si perpetrerà. Pertanto, ogni qualvolta che i potenti dicono: “Vinceremo”, si comportano alla stregua di banditi criminali. (fine)

 

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