Pubblichiamo in un unico testo – così come era stato concepito – il saggio analitico completo degli ultimi quattro post sull’acqua. Siamo certi che così si riuscirà a capire meglio le argomentazioni e la logica dell’analisi e dei contenuti. Buona lettura! (RP)

 

La revisione della direttiva europea sull’acqua potabile e per usi umani: l’arte della mistificazione. 

Riccardo Petrella

La Commissione europea eccelle, da una ventina di anni a questa parte, nell’arte della mistificazione. Probabilmente i suoi dirigenti attuali sono stati a scuola presso la Banca Mondiale e il FMI, oppure presso la Goldman Sachs, City Corp, UBS, HBHC, Standard & Poor, Wall Street… o forse, più semplicemente, fanno parte delle nuove oligarchie tecno-burocratiche finanziarie mondiali per le quali quello che conta è «The system First» ovvero «We First».

La revisione della direttiva europea sull’acqua potabile e per usi umani è un esempio “brillante” di tale arte, a giudicare anche dall’accoglienza esaltante datale dalla stampa e dalle agenzie di stampa, limitatesi alla cattiva pratica di copiare, tagliare e divulgare i comunicati e/o le conferenze stampa della Commissione, senza prendersi la briga di leggerne in extenso i documenti. Il testo originale in inglese, allegati compresi, conta 64 pagine.

Così, quel che i cittadini europei hanno appreso dai media è che con la proposta di revisione della direttiva in questione, la Commissione europea:
– ha recepito le richieste avanzate da più di 1,8 milioni di cittadini europei via ICE (Iniziativa Europea dei Cittadini) sul diritto all’acqua, specie per quanto concerne una migliore informazione dei consumatori;
– ha deciso di migliorare la già (considerata) alta qualità dell’acqua potabile in seno all’UE e garantire così a tutti i cittadini europei l’accesso all’acqua potabile, con particolare attenzione alle persone più vulnerabili e svantaggiate che finora ne sono state escluse;
– mira, così facendo, a favorire l’uso dell’acqua potabile di rubinetto e diminuire l’uso dell’acqua in bottiglia, contribuendo a ridurre il consumo di plastica e i conseguenti notevoli danni all’ambiente.

Che brava la Commissione!
Purtroppo, è così solo in parte: ci sono certi “fatti” da non trascurare, ma allegramente mistificati.

Dapprima (con “Aquam et circenses”) cercherò di mettere in evidenza le ragioni opportunistiche alla base del recupero «politico» attuato dalla Commissione dell’ICE Right2Water e mostrare che il diritto all’acqua esula da ogni sentire della Commissione. La promessa di una migliore informazione si riduce ad un’offerta di gioco/divertimento per i consumatori amatori d’internet (un’applicazione on line).

In un secondo momento (“Quando l’ortodossia si trasforma in un muro”) mostrerò che la proposta di revisione della direttiva acqua potabile resta prigioniera del dogma mercantile e capitalista finanziario, secondo cui il finanziamento dei costi dell’accesso all’acqua potabile deve venire dal prezzo (detto abbordabile) pagato dai consumatori ai gestori (privati). Quindi, l’estensione dell’accesso all’acqua potabile alle fasce impoverite e a basso reddito della popolazione europea non può sfuggire all’obbligo del pagamento della tariffa, anche se ridotta (“tariffa sociale”).

Infine, nella terza ed ultima parte del post (“Il futuro? Acqua di rubinetto VS acqua in bottiglia. Quale acqua sarà più competitiva a vantaggio dell’economia circolare?”) cercherò di mettere in luce le ragioni che hanno indotto la Commissione, in maniera sorprendente almeno per me, a scommettere il divenire dell’acqua potabile sulla competizione tra l’industria dell’acqua di rubinetto e quella dell’acqua in bottiglia, sullo sfondo della politica contro le devastazioni ambientali legate alla plastica. La mia ipotesi è che si tratta di una diversione dai problemi reali dell’acqua nel corso dei prossimi anni/decenni.

 

 

1.Aquam et circenses

La prima affermazione della Commissione che suscita perplessità è la sua rivendicazione di essersi largamente ispirata per la revisione alle richieste dei cittadini europei espresse dall’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei), consistenti nel domandare alla Commissione:

  1. a) di riconoscere sul piano legislativo l’accesso all’acqua potabile ed ai servizi igienico sanitari come un diritto umano;
  2. b) di introdurre modalità di partecipazione effettiva dei cittadini alla politica e gestione dell’acqua e dei servizi connessi.

Questa rivendicazione è molto importante per la Commissione sul piano dell’immagine e della comunicazione al pubblico, perché l’ICE sul diritto all’acqua è stata la prima ICE a riuscire, nel 2013-14, a ottenere più di un milione e ottocentomila firme valide e quindi a conquistare il diritto di essere esaminata dalla Commissione. Nel 2014, la reazione della Commissione europea fu quella di snobbare i cittadini, rispondendo che essa aveva fino ad allora operato e realizzato ciò che era stato domandato dai firmatari perché aveva perseguito efficacemente -dixit- l’obiettivo di consentire l’accesso all’acqua potabile di buona qualità al più grande numero possibile di Europei. Nessuna parola però riguardo la richiesta del riconoscimento legislativo del diritto all’acqua, obiettivo per il quale invece tanti cittadini europei avevano esplicitamente firmato. Ciò fece andare sulle furie i promotori dell’ICE che accusarono giustamente la Commissione di prendersi gioco dei cittadini.

Quattro anni dopo, la Commissione è recidiva: non solo continua imperterrita a far capire che del diritto all’acqua non gliene importa niente, ma dimostra anche la sua contrarietà a tale diritto. Per questo, nella proposta di revisione si limita (nuovamente) a citare le posizioni dell’ONU e del Consiglio dell’Europa, che hanno invece riconosciuto tale diritto come per dire «ciò è sufficiente. Noi crediamo che quel che conta per i cittadini è di avere accesso all’acqua potabile di buona qualità. Punto. E questo è il nostro obbiettivo. Il resto…pura ideologia».

Siccome non può negare che l’ICE da essa creata su pressione della società civile si è dimostrata uno strumento limitato ma sufficientemente innovatore in favore di una partecipazione dei cittadini alle politiche dell’Europa – almeno è cosi che i cittadini dell’UE l’hanno interpretata e utilizzata – la Commissione ha grande interesse a valorizzare l’ICE sull’acqua come un esempio di democrazia all’interno dell’istituzione per cercare di attenuare le forti critiche di cui è oggetto in quanto istituzione oligarchica ed autocratica lontana dai diritti e dai bisogni delle popolazioni dell’Unione.

Da qui la sua insistenza sull’affermare che le richieste dell’ICE hanno ispirato i cambiamenti alla direttiva, in particolare riguardo la trasparenza e la richiesta di un accesso all’informazione sull’acqua e sui servizi idrici più precisa, aggiornata e comprensibile e l’attenzione portata all’accesso all’acqua per le persone più vulnerabili e svantaggiate.

Bene hanno fatto i promotori dell’ICE a rintuzzare immediatamente la Commissione esprimendo la loro collera per il rinnovato silenzio sul diritto all’acqua.

Per quanto invece riguarda l’informazione, è piuttosto penoso che il cambiamento proposto dalla Commissione sia centrato unicamente sulla messa a disposizione di un servizio d’informazione on line. È noto che la grande maggioranza degli operatori di servizi idrici in Europa ha messo in piedi un servizio d’informazione on line sul monitoraggio della qualità dell’acqua, il bilancio d’impresa, i cambi nella gestione in ossequio della digitalizzazione dei servizi ai clienti. Dare ai «consumatori» dei servizi idrici informazioni appropriate sulla qualità dell’acqua, sul consumo dell’utente e sulla struttura dei costi al m³ dell’acqua è importante, ma non significa creare le condizioni per creare una coscienza sana sui consumi idrici nei cittadini e permettere loro di partecipare alle grandi decisioni in materia di politica dell’acqua. Come insegna l’esperienza di questi anni, l’informazione on line serve piuttosto, da un lato a permettere ai «clienti» abituati a navigare sul web di «giocare» all’internet anche nel campo dell’acqua e, soprattutto, all’operatore idrico di selezionare le informazioni sulla qualità dell’acqua buone per la politica aziendale in materia di comunicazione verso l’esterno.  Citiamo il caso esemplare della negazione operata per anni deliberatamente dai dirigenti pubblici e dalle imprese idriche interessate riguardo la contaminazione dai PFAS delle acque del Veneto e di molte altre regioni dell’Europa.

Sarebbe stato più interessante ed utile sapere perché i cittadini europei non hanno partecipato, se non in numeri sparuti e senza particolare entusiasmo, alle varie consultazioni pubbliche organizzate dalla Commissione nell’ambito della promozione dell’attuazione della direttiva e conoscere, in conseguenza, le proposte della Commissione per evitare che in futuro lo strumento della consultazione pubblica non vincolante continui ad essere un fallimento e, quindi, del tutto inefficace per la democrazia europea.

La Commissione sembra, peraltro, aver dimenticato che la Comunità europea si è dotata di uno strumento ben più coerente, ricco e potenzialmente efficace in materia di diritto dei cittadini europei all’informazione in materia ambientale, acqua inclusa. Mi riferisco alla Convenzione di Aarhussull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale approvata nel giugno 1998 ed entrata in vigore nel 2001.  In particolare la convenzione sancisce che, per il diritto alle informazioni, le autorità pubbliche, in risposta alla richiesta di informazioni, debbano renderle disponibili senza pregiudizio alcuno (non presuppone la sussistenza dell’interesse) e nella forma richiesta (salvo assenza delle informazioni da parte dell’autorità pubblica o formulazioni troppo generiche). La Convenzione di Aarhus è un esempio del tentativo fatto per promuovere una effettiva democrazia ambientale. Rispetto alla Convenzione di Aarhus (di venti anni fa), la proposta centrata unicamente sull’informazione on line degli utenti clienti come strumento di progresso democratico in materia d’acqua e di servizi idrici, la dice lunga sull’ampiezza della mistificazione di cui è diventata oggetto la «democrazia ambientale» a livello dell’Unione. In realtà, l’applicazione della Convenzione di Aarhus è stata «boicottata » da vari Stati membri e sacrificata sull’altare della crescita, della competitività e del rendimento finanziario.

 

 

2.Acqua potabile: quando l’ortodossia si trasforma in muro

A proposito dell’acqua potabile più sana e più accessibile anche alle persone più vulnerabili e marginalizzate.

La seconda «novità» di cui si glorifica la Commissione e che ha fatto esultare la stampa è quella di aver deciso, secondo le proposte dell’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), l’inclusione di 18 nuove sostanze nella lista dei parametri da monitorare per definire la buona qualità dell’acqua potabile (vedi pp 14-20 e primi due allegati del documento della Commissione). Il vanto è altresì legato all’aver avanzato delle proposte in merito alle misure da prendere per estendere e facilitare l’accesso all’acqua potabile alle persone più vulnerabili e marginalizzate (es. i rifugiati, le comunità nomadi, i senza fissa dimora, i popoli «minoritari» come i Rom, i Sinti, le genti di viaggio…sedentari o non), nel contesto più ampio della lotta contro la povertà (in Italia il governo parla di «contrasto alla povertà»).

Ricordiamo che secondo gli ultimi dati Eurostat relativi al 2016, sono 117,5 milioni le persone «a rischio povertà» (formula eufemistica per non riconoscere chiaramente che sono in stato di povertà/esclusione). Di questi, non si sa quanti non abbiano accesso continuo e regolare all’acqua potabile. I servizi della Commissione, comunque, stimano che un quarto di loro non sia collegato ad un servizio idrico collettivo. Più di 30 milioni, il che non è poco.

Non v’è dubbio che l’inclusione di 18 nuove sostanze nella lista dei parametri da monitorare per definire la buona qualità dell’acqua potabile rappresenti un importante passo in avanti per la salute. A questo riguardo, il problema maggiore non è solo la lista delle sostanze da monitorare ex post ma quello di prevenirne l’uso ed il suo impatto sull’acqua, agendo sull’insieme del ciclo lungo dell’acqua (dalla gestione dei territori e del suolo, inclusa la protezione delle zone di captaggio, al riciclo e riuso delle acque reflue per usi potabili). Purtroppo in questo campo la Commissione non può pretendere di avere una buona pagella, essendo nota la sua resistenza a ricorrere al principio di precauzione in caso di dubbio sulla nocività di tanti fertilizzanti e pesticidi, o altre sostanze chimiche, potenzialmente nocive per la qualità dell’acqua. Pensiamo, in particolare, alla saga del glifosato. La preferenza della Commissione va al principio della «certezza del rischio», il che significa che quando il rischio si è avverato con certezza, sfortunatamente è troppo tardi per intervenire, e i danni alla salute umana sono già stati fatti.

L’altro grande problema è la giustiziabilità, trattata in altre direttive europee settoriali (sui nitrati, sui rifiuti urbani…). Si tratta del diritto dei cittadini di consegnare alle giustizia i soggetti pubblici e privati considerati e/o riconosciuti colpevoli dei danni apportati alla salute della popolazione a causa della contaminazione ed inquinamento delle acque (v. l’inaccettabile situazione in cui si trovano i cittadini del Veneto riguardo la contaminazione dai PFAS). La Commissione ha parzialmente ragione nel difendersi invocando la divisione delle competenze tra istituzioni europee e Stati membri. Secondo questa tesi, la responsabilità politica e le questioni di sicurezza e di giustiziabilità sono di diretta competenza degli Stati membri. Sappiamo, però, che la Commissione, quando vuole, ha in mano diversi strumenti per agire più attivamente e direttamente.

Ad ogni modo, farebbe bene a giungere alla tanto auspicata integrazione e coordinazione nell’attuazione delle varie direttive in materia d’acqua, nonché nei settori aventi un impatto maggiore sulla qualità delle acque e sull’accesso ad esse: l’agricoltura, l’industria alimentare, l’energia, i trasporti, l’industria chimica e farmaceutica, le attività minerarie. La Commissione e gli Stati membri non sono, però, molto energici contro l’influenza e la pressione delle lobbies industriali e commerciali. Anzi, non facendo altro che insistere da anni sul ruolo decisivo che devono giocare i portatori d’interesse (gli «stakeholders») nella formulazione e l’attuazione delle politiche dell’Unione, la Commissione ha legalizzato de facto il potere di difesa dei loro interessi da parte degli stakeholders economici e finanziari, come uno dei pilastri maggiori della «governance europea» assimilata alla «democrazia europea».

Questo contesto spiega solamente in parte l’inadeguatezza strutturale delle misure proposte.
Soprattutto all’art.13, per allargare l’accesso all’acqua potabile delle persone e popolazioni più vulnerabili e svantaggiate. La Commissione propone agli Stati membri due obblighi maggiori:

– primo: migliorare l’accesso e promuovere l’uso dell’acqua potabile attraverso una serie di misure come: valutare in maniera precisa la parte della popolazione europea privata di accesso all’acqua potabile ed informarla sulle possibilità di connettersi; incoraggiare l’uso dell’acqua di rubinetto negli edifici pubblici e nei ristoranti; assicurare che esistono le infrastrutture di libero accesso all’acqua potabile nella stragrande maggioranza delle città.
– secondo: adottare tutte le misure necessarie per garantire l’accesso all’acqua potabile per i gruppi vulnerabili e marginalizzati. Ciò anche al fine di applicare l’impegno preso dagli Stati membri e dall’Unione , nel quadro del Sesto obiettivo degli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU: «to achieve universal and equitable access to safe and affordable drinking water for all».

Tratterò del primo obbligo nella parte finale del post, in particolare per quanto riguarda la proposta d’incoraggiare l’uso dell’acqua di rubinetto ovunque possibile.

Esaminiamo, invece, la continua mistificazione operata dalla Commissione riguardo «l’accesso universale ed equo per tutti all’acqua potabile buona ed abbordabile».
Come si vede, manca sempre il riferimento al diritto e s’insiste unicamente sull’accesso. Secondo le concezioni dei gruppi sociali dominanti di cui la Commissione fa parte, l’accesso universale non deve essere “giusto” (rispetto ai diritti umani) ma “equo” rispetto a criteri funzionali/gestionali, quali: le differenze territoriali nei servizi prestati a causa dell’assenza di infrastrutture, le difficoltà cui devono far fronte i gruppi più vulnerabili e marginalizzati e, soprattutto, l’accessibilità finanziaria.
Ed è soprattutto a quest’ultimo riguardo che il dogmatismo economico-mercantile-finanziario su cui si basa la visione dell’acqua della Commissione come «bene economico» e «risorsa vitale per l’economia» (non «bene comune pubblico» e «diritto universale») riappare in gioco e si afferma in tutta la sua forza. La Commissione reitera che «any water pricing policy in the Union must take into account the principles of recovery of costs and polluter pays». Per la Commissione, il finanziamento di tutti i costi necessari per permettere l’accesso all’acqua (detto universale ed equo) deve venire non dalle finanze pubbliche ma dai consumatori, come nel caso di tutti i beni e servizi di utilità privata, grazie al pagamento di un prezzo stabilito ai costi di mercato (full cost recovery principle). Questa è la regola cui, secondo la Commissione, nessun Stato membro può sfuggire.

Certo, essa non impedisce agli Stati membri di adottare delle tariffe sociali o altre misure di aiuto alla popolazioni «svantaggiate», in difficoltà sul piano socio-economico, ma queste non possono mettere in discussione il principio dell’obbligo di pagare il servizio: niente pagamento, anche modesto o effettuato tramite aiuti monetari, niente acqua! Al di fuori dell’ortodossia politico-economica non v’è salvezza.

Ho trattato a lungo di questi aspetti a proposito del bonus acqua introdotto in Italia in un mio post Facebook del 2 gennaio scorso («Un bonus acqua agli impoveriti non significa realizzare il diritto all’acqua») nel quale ho evidenziato che: «La tariffazione sociale dell’acqua esprime una concezione ed una pratica sociale derivanti da una società fondata sull’inuguaglianza tra gli esseri umani, le comunità umane ed i popoli , e sulla carità/la compassione/l’aiuto da parte dei gruppi sociali dominanti arricchitisi nei confronti di quelli fatti o divenuti impoveriti (…)”.

I bonus sociali sono degli strumenti tipici delle oligarchiche compassionevoli che praticano l’assistenza sociale  verso i disagiati da loro stesse creati. Essi non fanno parte dello Stato del welfare e della sicurezza sociale generale che, invece, pratica la giustizia nel nome dell’uguaglianza di tutti rispetto ai diritti nel contesto dello Stato di diritto.

De facto et de jure, allo stato attuale dei rapporti di forza in seno alle società dominanti, il principio dell’acqua che finanzia l’acqua e dell’acqua potabile per tutti a prezzo accessibile, coniato e diffuso dalle grandi imprese idriche multinazionali private francesi e britanniche, ha innalzato un solido muro sul cammino del diritto universale all’acqua. Nemmeno la Risoluzione del Parlamento europeo dell’8 settembre 2015, sulla scia dell’iniziativa dei cittadini europei “L’acqua è un diritto” (Right2Water), fondata sul rapporto della eurodeputata irlandese Lynn Boylan è riuscita a renderlo più fragile, in quanto neppure il Parlamento europeo ha osato mettere in questione il principio dell’obbligo del pagamento di un prezzo. Eppure, il rapporto redatto dalla Boylan costituisce, a mio avviso, il miglior rapporto politico sull’acqua redatto dal PE negli ultimi venti anni. Non è detto, però, che questo muro non subirà il destino di tanti altri muri, considerati invalicabili ed eterni, che sono invece crollati fragorosamente. Per ora, il muro dell’acqua è in piedi ma già si intravedono i segni, qui e lì  nel mondo, di una tendenza al rigetto della mercificazione, privatizzazione e finanziarizzazione dell’acqua, i cui effetti devastanti stanno diventando sempre di più palesi.

Non credo che le proposte avanzate dalla Commissione in favore di un uso più diffuso dell’acqua di rubinetto, che analizzerò nella prossima ed ultima parte, si situino sulla stessa lunghezza d’onda.

 

3.Il futuro? Acqua di rubinetto vs Acqua in bottiglia

La terza «novità» è, in prima approssimazione, la più innovativa e, sul piano mediatico, la più popolare: la Commissione si pronuncia in favore di un uso più diffuso nel bere, a casa e nei luoghi pubblici, acqua di rubinetto al fine anche di contribuire a ridurre l’uso dell’acqua in bottiglia e quindi ridurre la produzione e i rifiuti di plastica.

Vediamo cosa scrive precisamente la Commissione nella sua proposta. Nell’art.13 (Accesso all’acqua destinata a consumo umano) al § b menziona «l’installazione di punti d’acqua all’esterno ed all’interno per accesso gratuito all’acqua» (giardini, piazze, aeroporti, stazioni ferroviarie e di autobus, stadi, luoghi di divertimento, trattorie, catering) e al § c raccomanda «il lancio di campagne d’informazione dei cittadini sulla qualità dell’acqua di rubinetto, la disponibilità di detta acqua negli edifici della pubblica amministrazione e la fornitura a titolo gratuito dell’acqua in ristoranti, bar, ecc.»

La Commissione è convinta che più la qualità dell’acqua di rubinetto aumenta ed i cittadini ne sono informati, più la fiducia dei consumatori per la loro salute cresce e, visti anche i prezzi comparativamente molto più bassi dell’acqua di rubinetto (0,02 euro al litro in confronto a 0,90 euro in media nei grandi supermercati dell’acqua in bottiglia), saranno portati a modificare la tendenza attuale, caratterizzata dalla prevalenza dei consumatori occidentali di utilizzare per bere le acque in bottiglia e riservare l’acqua potabilizzata di alta qualità ad usi non nobili quali lo sciacquone delle toilette, la lavatrice, la lavastoviglie, il lavaggio delle auto ecc. La Commissione pensa che ciò favoreggerà il perseguimento dell’obiettivo di ridurre l’uso di plastica e, pertanto, la promozione di un’economia circolare al servizio del super-obiettivo della «Ressources Efficient Europe» consacrato nella «Strategia Europa 2020».

Mica male. Sono da anni, da tanti anni, che i difensori dell’acqua diritto umano e dell’acqua bene comune pubblico hanno proposto di ridare visibilità pubblica all’acqua di rubinetto riportandola nelle strade, nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi e spazi pubblici, senza riscuotere grande successo presso i poteri governativi nazionali ed europei. Dobbiamo pertanto dedurre che questa volta sarà la volta buona? Attraverso questa procedura l’ acqua in bottiglia sparirà dalle sale di riunioni, le aule assembleari e i punti d’incontri aperti in tutti gli edifici della Commissione, del Parlamento europeo e del Consiglio dei Ministri europeo e del Consiglio europeo, vuoi in tutti i luoghi simili a livello degli Stati membri, delle Regioni, dei Comuni e altre collettività locali?

Non ne sono affatto convinto neanche per quanto riguarda gli edifici della Commissione, del Parlamento europeo e del Consiglio dei ministri europeo. La ragione è semplice. L’art. 17 della proposta di revisione conferma l’esclusione già fatta nel 1998 delle acque minerali in bottiglia (per intenderci S.Pellegrino, Panna, S. Benedetto, Ferrarelle, Evian, Vittel, Chaudfontaine, Apollinaris, ecc.) dalle disposizioni della direttiva. La direttiva si applica solo alle acque in bottiglia dette « di sorgenti » e di altro genere (come i bottiglioni in plastica di 15 a 20 litri di acqua demineralizzata di diffusione nei locali amministrativi pubblici e privati). I principali produttori al mondo di acque minerali in bottiglia sono Nestlé, Danone e CocaCola, seguiti da Castel e da San Benedetto cui occorre aggiungere la plastica delle altre innumerevoli bevande dolci gassate da loro prodotte.

Non credo che il consumo delle bevande prodotte da queste grandi aziende diminuirà, ne diminuirà la produzione di plastica per l’imbottigliamento delle stesse. Di conseguenza, non credo nemmeno che l’utilizzo dell’acqua di rubinetto comincerà a divenire una consuetudine. I colossi Nestlé e Danone, insieme ad una società, l’americana specializzata Origin, hanno messo a punto una plastica «bio-based», realizzata al 100 % con materiali che non sottraggono (dicono) risorse o terreni destinati alla produzione alimentare per il consumo umano o animale. La Commissione sa bene che la predominanza delle acque minerali in bottiglia è dovuta a fattori socioculturali legati agli stili di vita delle società contemporanee (mobilità, autonomia dei giovani, riduzione dei pasti a casa durane i giorni di lavoro) ed alla potenza di conquista della pubblicità, che ha permesso ai produttori dell’acqua minerali in bottiglia d’imporre alla popolazione mondiale degli immaginari mistificanti (l’acqua in bottiglia è più sicura e più sana per la salute di quella del rubinetto, essa porta più benessere perché risponde in maniera differenziata ai bisogni e ai gusti delle persone, ecc.).

Infine è fonte di grande inquietudine l’idea sviluppata dalla Commissione secondo la quale il miglioramento della qualità dell’acqua di rubinetto (ed il suo prezzo) sarà determinante per rimetterla in sella sul mercato.  Visto che la Commissione non prevede nessuna ripubblicizzazione/deprivatizzazione dell’acqua di rubinetto né delle acqua minerali in bottiglia, l’inquietante nello scenario dominante che emerge dalle sue analisi e proposte su questi aspetti sta nel fatto che la Commissione  crede che il futuro dell’acqua per bere sarà deciso da una crescente competizione (sulla qualità ed il prezzo) tra l’industria dell’ acqua (potabile) di rubinetto (maggiormente privata) , da un lato, e l’industria dell’acqua minerale in bottiglia (non potabile, strictu senso; quasi totalmente privata), dall’altro. Visto il ritmo con il quale Nestlé, Danone e CocaCola si stanno accaparrando delle acque di diversi paesi in America latina, in Asia ed i,n Africa, non è difficile prevedere l’esito della competizione allo stato attuale delle cose…

Quanto sopraddetto non augura molto bene nemmeno per il futuro immediato. Nel 2019, l’anno prossimo, avrà luogo la revisione della direttiva quadro europea sull’acqua del 2000 (DQEAcqua 2000). Questa costituisce la vera «legge europea» sull’acqua da cui la direttiva sull’acqua potabile ha derivato i principi fondatori e operativi. Nello stesso anno ci saranno le elezioni europee per la composizione del nuovo Parlamento europeo. A mio parere, è da sperare che la nuova composizione del PE consentirà una revisione profonda delle concezioni mercantili ed utilitariste alla base della visione e della politica dell’acqua dell’Europa.

 

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