I cambiamenti climatici, l’ultimo rapporto della World Meteorological Organization (WMO) conferma le mistificazioni dei governi al servizio dei gruppi dominanti.
 
In una interessante nota in circolazione sulla rete in questi giorni, Andrea Vento (del Gruppo Insegnanti di Geografia Auto organizzati) illustra le ragioni del fallimento dell’ultima “grande” conferenza internazionale sul cambio climatico tenutasi a Bonn con la partecipazione di 195 Stati più l’Unione europea. Il fallimento conferma le mistificazioni dei governi al servizio dei gruppi dominanti.

La nota contiene una corta ma sostanziale sezione che riporta i dati del  recente rapporto della WMO sull’aumento della temperatura media mondiale dell’atmosfera terrestre. La WMO mostra che “la concentrazione di CO2 (principale gas serra) in atmosfera si sarebbe ormai stabilizzata ben oltre le quattrocento parti per milione – passando infatti dalle 400 rilevate nel 2015 alle 403,3 della fine dell’anno successivo. Si tratta in pratica di uno sforamento strutturale della soglia di sicurezza fissata a quota 350, oltre la quale le possibilità di riduzione diventano estremamente complesse“. Siamo di fronte ad un’evoluzione drammatica.

Di seguito la sezione citata. Buona lettura e … buone decisioni in materia di strategie d’azione conseguenti!

Riccardo Petrella  

Lo stato attuale dell’atmosfera

petrella WMO

Mentre in Germania andava in scena la rituale commedia delle parti fatta di attendismo e inconsistenza, i report in materia pubblicati da vari istituti di ricerca fotografavano una situazione in allarmante evoluzione per ciò che riguarda sia la composizione chimica dell’atmosfera, sia le condizioni meteo-climatiche globali.

In base al rapporto diffuso negli ultimi giorni di ottobre dall’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), la concentrazione di CO2 (principale gas serra) in atmosfera si sarebbe ormai stabilizzata ben oltre le quattrocento parti per milione – passando infatti dalle 400 rilevate nel 2015 alle 403,3 della fine dell’anno successivo. Si tratta in pratica di uno sforamento strutturale della soglia di sicurezza fissata a quota 350, oltre la quale le possibilità di riduzione diventano estremamente complesse. Per l’appunto, anche se riuscissimo fin da oggi ad abbattere del tutto le emissioni inquinanti, la concentrazione di CO2 in atmosfera continuerebbe ad aumentare per alcuni decenni – a causa dell’inerzia del fenomeno – rendendo problematico il rientro sotto tale soglia. Questa particolarità, tipica dei sistemi complessi, è confermata dal rapporto annuale dell’Agenzia olandese di valutazione ambientale (NEAA), da cui risulta che nel 2016 – per il terzo anno consecutivo – le emissioni globali di CO2 sono rimaste invariate, ma ciò non è servito, tuttavia, a contenerne l’aumento della concentrazione in atmosfera.

Ad oggi la presenza di CO2 in atmosfera ha subìto un incremento del 145% rispetto all’era preindustriale (1750), con una brusca impennata nell’ultimo mezzo secolo, durante il quale è salita di un ottantina di parti per milione, passando da circa trecentoventi alle attuali 403,3 ppm già segnalate. Una crescita inarrestabile che, se non affrontata in misura radicale, rischia di vanificare gli obiettivi fissati dagli Accordi di Parigi: contenere l’aumento della temperatura media terrestre – sempre rispetto al 1750 – entro 2 °C (possibilmente 1,5) da qui alla fine del secolo. Se consideriamo le peculiarità del sistema Terra rispetto al ciclo di assorbimento della CO2 e pensiamo che, in base allo stesso rapporto del WMO, la temperatura media degli oceani e dell’atmosfera è aumentata di 1,1 °C in confronto al periodo preindustriale, il quadro da complesso diviene drammatico. In assenza di interventi concreti finalizzati all’abbattimento delle emissioni globali, non solo gli obiettivi di Parigi sono ormai dietro l’angolo (nonostante le proiezioni siano state calcolate sull’anno 2100…), ma in base alle previsioni degli scienziati saremmo di conseguenza proiettati verso una crescita della temperatura media terrestre compresa tra 3 e 5 °C, con conseguenze catastrofiche sull’agricoltura e sulla vita stessa delle persone.

Riscaldamento globale e cambiamenti climatici

È dal fronte dei valori climatici che giungono allarmanti conferme rispetto alle previsioni. Il report emesso dal WMO alle soglie della COP23 afferma che «con ogni probabilità il 2017 sarà uno dei tre anni più caldi di sempre», confermando in questo modo l’inesorabile trend del riscaldamento già stabilito dalle statistiche: dall’inizio delle rilevazioni meteorologiche (1880), 16 dei 17 anni più caldi – ad esclusione del 1983 – sono stati quelli dal 2001 in poi2.

Ovviamente i dati diffusi dagli istituti di ricerca si riferiscono al sistema Terra nel suo complesso, senza prendere in considerazione le implicazioni locali dei fenomeni in atto, che purtroppo talvolta si palesano attraverso drammatiche anomalie meteorologiche (con conseguenti effetti devastanti sull’ambiente e le persone). Negli ultimi anni infatti, in numerose regioni terrestri è stato riscontrato un sensibile incremento di eventi climatici estremi quali uragani e inondazioni catastrofiche, bombe d’acqua e piogge torrentizie, ondate di calore e siccità da record, scioglimento delle calotte polari e innalzamento del livello degli oceani.

Secondo i dati del WMO, l’intervallo gennaio-settembre 2017 è stato caratterizzato da una temperatura media globale di circa 1,1 °C al di sopra del livello preindustriale. Varie zone dell’Europa meridionale – fra cui l’Italia – del Nord Africa, dell’Africa orientale e meridionale, della Russia asiatica e della Cina hanno raggiunto temperature massime senza precedenti. Gli Stati Uniti nordoccidentali e il Canada occidentale, al contrario, hanno registrato temperature più basse rispetto alla media del trentennio 1981-2010.

 

 

 

 

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