“Obbligo di fedeltà” e dignità dei lavoratori. 

Il ritorno alla giustizia padronale.

Riccardo Petrella

Per “giustizia padronale” s’intende un sistema giudiziario tendente ad affermare orientamenti favorevoli agli interessi delle imprese capitalistiche private (ma, oramai, anche pubbliche) a svantaggio di quelli dei lavoratori. Dominante nel XIX° secolo e nella prima metà del XX° secolo, ha ritrovato forza e potenza nel corso degli ultimi trent’anni.

Non mancano le eccezioni, ma la cultura giuridica delle classi dominanti in seno anche alle più alte istanze nazionali (Corte costituzionale, Corte di Cassazione, Consiglio di Stato…) in Italia e all’interno dell’Unione europea (per non menzionare gli Stati Uniti o la Cina, l’India, la Russia, il Brasile…) è sempre di più influenzata dal primato accordato agli “imperativi” produttivi, efficientisti e utilitaristi del capitale imprenditoriale. Concretamente essa esprime una netta svalutazione dei diritti del lavoro e dei lavoratori e della dignità del lavoro. Il concetto stesso di uguaglianza di tutti gli esseri umani rispetto ai diritti umani universali è sempre vituperato, ridotto, negato. Il principio di inuguaglanza vince sempre di più.

La sentenza del 6 giugno scorso della Corte di Cassazione italiana sull’obbligo di fedeltà dei lavoratori nel conflitto che oppone da più di due anni cinque lavoratori della FIAT contro la FIAT (la ex grande impresa materna nazionale) è una delle espressioni recenti più forti. La Corte dà ragione alla FIAT per averli licenziati perché, secondo la sentenza , i cinque avrebbero posto in essere «comportamenti che compromettevano sul piano morale l’immagine del datore di lavoro», venendo meno all’«obbligo di fedeltà a carico del lavoratore subordinato» definito secondo l’art. 2105 del Codice civile. L’articolo invocato definisce “obbligo di fedeltà del lavoratore” in questi termini: “Il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione e farne uso in modo a poter recare ad essa pregiudizio”. Ora il comportamento dei cinque non si tradusse né in attività di affari con soggetti in concorrenza né nella na con la FIAT né nella divulgazione di notizie attinenti all’organizzazione ne ai metodi dii produzione della FIAT, ma nell’espressione pubblica, fuori dall’orario e dalle sedi di impiego, di denuncia delle politiche sociali della FIAT e di solidarietà con le vittime di dette misure. Altro che “infedeltà” per combutto con i concorrenti per rivelazioni di dati interni “segreti” dell’impresa. La sentenza apre abusivamente la via alla “criminalizzazione ” della critica e della contestazione pubblica dell’operato dell’imprenditore. I lavoratori non hanno più nemmeno il diritto di esprimere le loro opinioni e critiche nei confronti del datore di lavoro, non possono più protestare,  gridare la loro rabbia, manifestare  il loro dolore di fronte alla sofferenza degli altri lavoratori.

Obbligo di fedeltà? Questo è obbligo di sottomissione totale, in barba alla dignità! A proposito, come mai il legislatore non ha legiferato sull’obbligo di fedeltà degli imprenditori? Due (in)giustizie per due categorie sociali di esseri umani sociali considerate dai dominanti non avere uguali diritti e doveri?

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