L’articolo qui disotto valida gli interrogativi. Il fatto in sé è di grande rilevanza e valore: gli studenti delle scuole secondarie di più di 130 paesi al mondo stanno facendo uno sciopero della scuola (ogni venerdì, in principio) per il clima, al fine di spingere i governi affinché agiscano subito con azioni importanti e decisive per lottare contro il riscaldamento dell’atmosfera terrestre. E’ merito di Greta Thunberg, una sedicenne svedese, l’aver iniziato lo sciopero da sola ed essere riuscita a mobilitare milioni di giovani su questo tema. Un merito straordinario e senza limiti.
Riusciranno gli studenti a far smuovere e, soprattutto, a far prendere ai governi decisioni che realmente porteranno ad una inversione di rotta ?
Aver messo i governi con le spalle al muro è già un risultato notevole. Questi non possono più nascondersi dietro il fatto che loro  agiscono (alcuni,  gli altri no) e che la responsabilità dell’inazione sono i cattivi Trump del mondo. In queste settimane, i governi che si autodefiniscono buoni  (per esempio quello italiano con il ministro dell’ambiente Costa, o la Commissione europea con il suo presidente Juncker) fanno a gara per dimostrare che stanno già operando attivamente per la lotta del clima.  Gli studenti non sono ingenui e mostrano chiaramente che non ci credono. Vogliono fatti concreti.
Otterranno di più? Lo spero vivamente ma, francamente e con grande disappunto, non ne sono molto convinto. L’efficacia della mobilitazione degli studenti non è più  la questione. La questione è di sapere:  sono i governi ( ma anche e soprattutto i soggetti non governativi come le imprese e la finanza mondiale nei confronti dei quali  gli studenti dovrebbero  fare una pressione ancor più massiccia e continua ) in grado di prendere misure che vanno al di là degli impegni piuttosto generici e non vincolanti (salvo quelli procedurali) approvati con l’Accordo di Parigi?
Fra alcuni mesi avremo elementi precisi di conferma o  di smentita. Mi riferisco al famoso (e determinante) obbligo di mettere a disposizione dei paesi detti in via di sviluppo a partire dal 2020 , 100 miliardi di dollari all’anno (di fondi pubblici e privati) per finanziare azioni e progetti rivolti , in particolare , ad “aiutare ” detti paesi ad adattarsi al cambiamento climatico.
Quanti di noi in Italia stiamo seguendo da vicino questo aspetto e lottiamo affinché il governo italiano rispetti gli impegni presi e non scarichi la sua responsabilità sui finanziamenti privati, il che significherebbe attribuire al settore privato il compito più importante di decidere quali investimenti effettuare in priorità e con quali obiettivi?  Quante manifestazioni pubbliche sono state organizzate nel nostro paese dal dicembre 2015 da parte della società  civile per impedire lo slittamento sul privato, come sta avvenendo in tanti paesi firmatari dell’Accordo di Parigi? Si potrà parlare d’inversione di rotta se saranno i fondi privati a costituire la parte più importante dei 100 miliari annui e/o saranno i mercati finanziari mondiali a gestire l’allocazione dei 100 miliardi anche se fossero in maggioranza originari dai bilanci pubblici?

DieWelt

«Greta fa bene ad arrabbiarsi»: parole dell’ex ragazzina ambientalista del vertice di Rio 1992 

(Sandro Orlando) Severn Cullis-Suzuki aveva 12 anni quando decise di andare a Rio de Janeiro per intervenire alla prima conferenza sul clima organizzata dalle Nazioni Unite nel 1992. Il suo discorso allora commosse molti, così ché questa ragazzina canadese continuò ad essere invitata a convegni, manifestazioni e programmi televisivi sull’ambiente. Quasi trent’anni dopo, lo stato di salute del pianeta è messo sempre peggio e la Cullis-Suzuki, ormai mamma di due figli, e di professione biologa, è stata intervistata dal quotidiano Die Welt, che le ha chiesto qual è stato il suo primo pensiero quando ha sentito parlare Greta Thunberg: «Quando ho sentito il suo discorso al vertice di Katowice, a dicembre, mi sono emozionata, perché mi ha ricordato com’ero. Poi ho provato vergogna e tristezza, perché i giovani ci devono sempre chiedere conto di quello che facciamo al mondo». «Faccio parte di una generazione», ha aggiunto la biologa, la quale ha continuato con gli anni a impegnarsi per l’ambiente, « che non è riuscita ad impedire che la nostra economia globale e il nostro stile di vita si allontanassero dalla saggezza dei nostri antenati, i quali  avevano imparato a prendersi cura della natura». Greta, con il candore dei suoi 16 anni, ci costringe ogni giorno a confrontarci con la domanda: «Cosa faccio io per il bene dell’ambiente?». «Nei Paesi occidentali abbiamo la libertà di scegliere, ed è solo la nostra immaginazione ad impedircelo. I ragazzi lo vedono chiaramente, perché non hanno perso questa capacità». Quanto ai discorsi di Greta, molto più cupi e arrabbiati di quanto non fossero quelli che teneva lei alla stessa età, Cullis-Suzuki osserva: «Oggi in Canada fa molto più caldo di quand’ero io giovane, e questo mi fa paura. Greta ha tutte le ragioni per essere arrabbiata».

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