Il testo qui di seguito è chiaro, semplice, forte, bello. Un atto di fiducia nella responsabilità condivisa degli esseri umani e nella forza dell’utopia della giustizia e fratellanza (la terra è la nostra casa comune). Aver  trasferito il potere politico, la res publica e la democrazia, ai soggetti privati portatori d’interesse, è stata uno dei più gravi errori storici compiuti dalle ultime due generazioni dei gruppi sociali dominanti, autodettisi le èlite.

Riccardo Petrella Bruxelles 18 ottobre 2019, all’indomani della giornata mondiale della lotta contro la povertà, diventata soprattutto per i dominanti “benefattori” un’occasione di autocelebrazione retorica.

RITORNO ALLA POLITICA

Care Amiche ed Amici,
tutti i testi che pubblichiamo oggi sul sito “Chiesa di
tutti Chiesa dei poveri” invitano a un ritorno alla
politica, alla purificazione e alla rilegittimazione dellapolitica. L’abbiamo perduta, divorata dall’antipolitica, e gli effetti sono devastanti e di grande pericolo.
Il primo invito viene da Gandhi e si trova nell’importante contributo che Rocco Altieri, presidente del Centro Gandhi e direttore dei Quaderni Satyagraha, ha
mandato in Vaticano per un convegno che, all’insegnadel dialogo tra le religioni, si è ivi tenuto il 1 ottobre
scorso, alla vigilia del 150° anniversario della nascita
del Mahatma. Nell’autobiografia scritta in prigione tra
il 1922 e il 1924 e poi in un articolo su un giornale di
Bombay, Gandhi scrive di non poter concepire la sua
vita senza occuparsi di politica. Infatti in tutta la vita
di Gandhi politica, pensiero e religione si intrecciano, ma in modo tale che la politica precede il pensiero e
lo nutre: la parola e la nozione di satyagraha, intesa
come forza di resistenza non violenta che nasce dalla verità e dall’amore, è per la prima volta enunciata da Gandhi nel settembre 1906 in Sud Africa al culmine
della campagna per i diritti degli immigrati indiani
vittime del razzismo dell’Impero inglese, e il pensiero della nonviolenza cresce in coerenza e ricchezza
lungo tutto il corso delle lotte per la liberazione
dell’India dal dominio britannico e per l’unità tra indù e musulmani.
Il secondo invito viene da Claudio Napoleoni,
l’economista e filosofo che ha denunciato l’alienazione oltre la stessa critica di Marx alla società borghese, e
alla fine della sua vita ha fatto sua la drammatica
domanda di Heidegger se ormai “solo un Dio ci può
salvare”.  Nell’incontro di studio a lui dedicato il 12
ottobre scorso a Biella, a trent’anni dalla sua morte, è
stato ricordato ciò che egli aveva detto nell’ottobre
1986 a Cortona impostando anche in termini teorici il
tema della  “uscita dal sistema di dominio e di guerra”, che la rivista Bozze 86 aveva proposto in quel suo
convegno.  Disse Napoleoni: “Io non avrei in vita mia
affrontato mai una questione teoretica se non fossi stato spinto a farlo da un interesse politico”; e aggiunse: “E posso dire, anzi arrischio a dire, che questa forza
che ha avuto la politica come luogo in cui stare e da
cui parlare, è naturalmente derivata dal fatto che la
politica era qui concepita come lo strumento di una
liberazione”; non dunque come un insieme di azioni
relative a problemi singoli e determinati, ma come
avente “un obiettivo generale e comprensivo, che si
riferisce cioè al destino dell’uomo e non a suoi
particolari problemi”, o come l’operazione che
affronta tali problemi dell’uomo “all’interno di una
visione di quello che può essere concepito come il suo destino”.
Anche lì dunque era dichiarata una dinamica che
dalla politica porta al pensiero. E infatti è sempre così. Sono le rivolte degli oppressi che producono il
pensiero rivoluzionario, non viceversa. È la Resistenza antifascista che produce da noi il pensiero costituente. È la lotta contro i missili nucleari che produce il
pensiero pacifista. È la Chiesa in uscita che produce il pensiero di religioni senza frontiere, nell’unica
fraternità umana. C’è sempre una tensione bipolare,
come dice il Papa, tra la realtà e l’idea, e la realtà è
superiore all’idea.
Realtà è la politica, e l’idea è il pensiero che la pensa.
Per questo il fascismo diceva: “qui non si fa politica, si lavora”, perché non voleva che fosse pensato il
pensiero dell’antifascismo. Per questo il sistema
distoglie dalla politica, perché non vuole la critica
politica. Per questo si diffamano “le poltrone”, si
oltraggia la “casta” dei politici, si distruggono i partiti, si nega la distinzione tra destra e sinistra, per fermare e impedire il pensiero politico, unico antidoto al
pensiero unico, all’economia che uccide, unico viatico a un’alternativa di sistema.   
Per questo occorre tornare alla politica, a veri partiti
che la interpretino, e tanto più quando il pensiero che oggi va pensato è quello di un costituzionalismo
universale e di una Costituzione mondiale, perché è
sul piano mondiale che l’essere umano oggi è giocato. Perché senza politica c’è la guerra, come quella che 
Erdogan sta facendo in Siria e senza politica Kobane
non troverà mai pace, e con essa tutte le altre Kobane del mondo. E invece della politica c’è la morte, e le
vittime sono sempre loro, i più piccoli e più poveri,
quelli che non devono esserci, perché non c’è posto
per loro, che siano curdi, palestinesi, rohingya del
Myanmar o migranti e profughi di guerra o di fame. È un simbolo non da poco che Alan, il bimbo che tre
anni fa il mare ha deposto, come una preziosa spoglia, sulle spiagge della Turchia, ed è diventato icona dei
naufraghi periti sulle rotte del rifiuto europeo, fosse
anch’egli un curdo siriano; anche lui in fuga dalla
guerra, anche lui in cerca di terre mai promesse; anche lui di Kobane. 

   Con i più cordiali saluti
                      www.chiesadituttichiesadeipoveri.it
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