Un ‘bonus acqua’ agli impoveriti non significa realizzare il diritto all’acqua. 

Fatti, analisi, argomenti e proposte.

di Riccardo Petrella

La stampa nazionale e locale ha dato un certo risalto alla delibera dell’AGEESI (Agenzia per il Gas e l’Energia Elettrica ed il Servizio Idrico) del 23 dicembre 2017 con la quale, in applicazione del DPCM del 13 ottobre 2016 (Tariffa sociale del servizio idrico integrato), l’agenzia ha deciso di accordare a partire dal 2018 un ‘bonus acqua’ (o idrico), in concreto il non pagamento dei primi 50 litri d’acqua potabile per persona alle famiglie con reddito non superiore a 8.017,5 euro annui (certificato ISEE- Indicatore di situazione economica equivalente). Alcuni giornali hanno inneggiato alla misura facendo credere ch’essa abbia introdotto in Italia il diritto all’acqua potabile, generalmente fissato dalla comunità internazionale all’accesso gratuito di 50 litri al giorno per persona.

Quest’anno si celebra il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (DUDU). Non è possibile lasciare diffondere la credenza che confonde in maniera perniciosa un’agevolazione nel pagamento della bolletta d’acqua, destinata a una categoria particolare di cittadini, con la concretizzazione di un diritto universale all’acqua per la vita.

La tariffazione sociale dell’acqua esprime una concezione ed una pratica sociale derivanti da una società fondata sull’inugualianza tra gli esseri umani, le comunità umane ed i popoli, e sulla carità / la compassione / l’aiuto da parte dei gruppi sociali dominanti arricchitisi nei confronti di quelli fatti o divenuti impoveriti.

E più le società sono ingiuste e ineguali, più i loro gruppi dominanti tendono a far ricorso alle tariffe sociali, ai bonus, alle misure assistenziali, straordinarie, a tempo determinato che, in maniera evidente, sono intrinsecamente aliene ad una concezione ed una pratica sociale della società fondata sul riconoscimento e la concretizzazione dei diritti. I bonus sociali sono degli strumenti tipici delle oligarchice compassionevoli che praticano l’assistenza sociale verso i disagiati, da loro stesse creati. Essi non fanno parte dello Stato del welfare e della sicurezza sociale generale che, invece, pratica la giustizia nel nome dell’uguaglianza di tutti rispetto ai diritti nel contesto dello Stato di diritto.

 

L’ESPLOSIONE DEI BONUS.

In Italia, negli ultimi quindici anni il numero di bonus sociali è cresciuto in quasi tutti i campi, segno della crescita preoccupante delle inuguaglianze e devastazioni sociali provocate dal sistema dell’economia capitalista di mercato finanziaria dominante. Sono stati introdotti bonus per i giovani, per l’ingaggio di lavoro (anche a tempo determinato), per i bebè, per le mamme, per i ricercatori, per il gas e l’energia elettrica, per i mobili e gli elettrodomestici, per la cultura (frequentazione dei musei, dei teatri…), per i docenti, gli 80 euro alla Renzi, …

Il bonus acqua è stato introdotto per la prima volta nel 2011, e soprattutto a partire dal 2012, dopo i risultati dei referendum del giugno 2011. Consistente all’epoca in una riduzione del 20/30% del totale della bolletta idrica, in molte regioni lo hanno adottato come pallido surrogato, ma non applicazione, della chiara volontà espressa da circa 27 milioni di cittadini in favore del diritto all’acqua potabile gratuito, cioè finanziato dal bilancio pubblico attraverso la fiscalità generale e specifica. Il bonus cambiava da regione a regione, anche in maniera consistente.

Il Bonus acqua della delibera AGEESI mette un po’ d’ordine in materia precisando che il bonus è relativo al non pagamento del prezzo fissato in bolletta per i primi 50 litri al giorno per persona, e che sono beneficiari del bonus le famiglie da una persona a famiglie con più di 3 figli, o persone a carico, in disagio economico e fisico con un reddito non superiore a 8.017,5 euro annui, variabile secondo i criteri fissati dall’AGEESI a partire dai dati ISEE.

Ogni Comune, però, può determinare il bonus,, nell’ambito dei principi generali fissati a livello centrale, sulla base del proprio regolamento in materia di accesso ai contributi economici. Una libertà che non solo scarica ‘de facto’ sugli enti locali il carico della copertura dei costi del bonus, ma per la stragrande maggioranza dei Comuni fortemente indebitati li ha indotti finora e li condurrà ancora di più nei prossimi anni a privatizzare il servizio idrico integrato, perché in questo caso saranno autorizzati in via straordinaria a utilizzare gli introiti della vendita ai privati come mezzo di rimborso dei loro debiti. Un vero circuito “virtuoso” di asservimento della finanza locale agli interessi dei soggetti finanziari privati.

 

Perché la politica e la pratica del ‘bonus acqua’ sono aliene alla cultura e alla pratica del diritto umano all’acqua per la vita?

Anzitutto il DPCM citato ed evidentemente la delibera dell’AGEESI confermano con forza che il servizio idrico integrato essendo di rilevanza economica è sottomesso ai meccanismi del mercato concorrenziale, per cui l’accesso al SII è possibile solo in ottemperanza dell’obbligo di pagare un prezzo di mercato fissato secondo i principi del “full cost recovery”, autorizzante il profitto nel calcolo della tariffa al m³ (tutto il contrario di quanto scelto dai 27 milioni di cittadini via referendum). E de facto pochi sono i poteri dominanti oggi in Italia che rivendicano che il sistema tariffario in vigore, e quello ora stabilito dal DPCM e dalla delibera, risponda ad una logica del diritto all’acqua, ma solo alla logica dell’accesso all’acqua nel mercato concorrenziale ad un prezzo detto abbordabile. Per un consumo fino di 30m³ annui – cioé un po’ meno del doppio del consumo oggetto del bonus di 50 litri al giorno corrispondente a 1,37 euro al m³ (mille litri) un po’ più di un millesimo al litro. Le autorità stabiliscono che i costi del bonus devono essere coperti solo dalla tariffa per cui saranno le fascie superiori che garantiranno la copertura del bonus.

In questo contesto, parlare di diritto all’acqua per le persone in stato di disagio a carico degli altri utenti (si parla sovente anche di “clienti”) è un’impostura.

È la prima di una triplice impostura. La seconda è costituita dal fatto che i diritti umani o sono universali o non è possibile né accettabile parlare di diritti umani. Il diritto umano all’acqua deve essere garantito a tutti gli abitanti della Terra, in questo caso a tutti i residenti (e i presenti transitori) in Italia. Il diritto all’acqua non è un’agevolazione fornita solo alle persone in stato di disagio e quindi negata a coloro che possono pagare la bolletta dell’acqua. È da quasi più di 150 anni che i “diritti censitari” (sia nel senso dell’inclusione o dell’esclusione in funzione del reddito) sono stati abrogati perché espressione di società profondamente ingiuste.

Infine, terza impostura: che razza di diritto è quello dell’aiuto caritatevole ai più disagiati, sempre più numerosi e creati dalle politiche economiche e sociali deliberatamente operate dai gruppi sociali arricchiti, e generatrici di forti inuguaglianze a scapito deli impoveriti? Prima ti butto fuori dal mercato del lavoro e quindi dall’accesso ad un reddito (per quanto misero, peraltro precario, incerto, inadeguato…), e poi ti aiuto. Prima abbandono il SII e tutti gli altri servizi pubblici di prima necessità, trasferisco la loro proprietà, gestione e controllo ai soggetti industriali, e commerciali e finanziari privati, li autorizzo a erogare l’acqua solo se paghi la bolletta, e poi di fronte a prevedibile aumento delle tariffe e dell’impoverimento ti faccio dei bonus. Dov’è, in queste condizioni, la ricerca di soluzioni alle radici strutturali delle disuguaglianze e dell’impoverimento? Non ve n’é alcuna!

 

LA MERCIFICAZIONE DELLE ACQUE MINERALI.

Non è possibile concludere, seppur sommariamente, queste riflessioni e questa denuncia dell’impostura in corso, senza fare riferimento ad una situazione chiave, determinante e regolarmente passata sotto silenzio dai poteri dominanti e dagli esperti al loro servizio quando si parla di diritto e di accesso all’acqua potabile. Mi riferisco alla mercificazione / marketizzazione e privatizzazione / finanziarizzazione delle acque minerali  naturali (lisce o gassate) in bottiglia (AMNB). L’Italia è un caso di scuola perché gli italiani sono il secondo paese al mondo (dopo il Messico) per il consumo procapite di AMNB. Si stima che oggi più del 70% degli Italiani per bere usa AMNB (un pochino di più liscia di quella gassata). Così le famiglie italiane spendono attorno agli 800-900 euro l’anno per il consumo delle AMNB.

In realtà, da quasi trent’anni i produttori e diffusori di acqua minerali naturali in bottiglia sono riusciti (in particolare i giganti delle AMNB quali Nestlé e Danone, ma anche Coca Cola e Pepsi Cola … i veri predatori arricchiti mondiali delle risorse idriche della Terra) a:

a) imporre nell’immaginario e nella testa della gente che-non solo l’acqua minerale avrebbe più gusto “buono”, ma che essa farebbe meglio alla salute umana perché più “sana”, imbottigliata direttamente alla fonte, mentre l’acqua del rubinetto sarebbe pesantemente trattata, artificiale, con processi bio-chimici, per renderla “potabile”. Una falsità che fà molto comodo ai pubblicitari delle AMNB. In realtà queste non sono “potabili”, nel senso dato dall’Unione europea che impone il rispetto come minimo di 51 parametri, e che non possono essere tutti rispettati dalle AMNB in quanto, per l’appunto, non possono subire alcun trattamento mirante a renderle potabili. Le AMNB si possono certo bere ma con precauzione, non sempre la stessa marca, sotto avviso e controllo medico in funzione dello stato di salute dell’utente, … È vero anche che le acque del rubinetto possono essere non conformi alle regole del rispetto della salute umana a causa dell’incuria o della corruzione dei responsabili pubblici del SII, a tutti i livelli di responsabilità. Vedi il caso recente dei PFAS nel sangue dei giovani nelle province di Vicenza, Padova, Rovigo e, in misura minore, di Verona;

b) far credere che le imprese private, specie multinazionali, ed i mercati finanziari, globalizzati per di più speculativi, sono i soggetti e gli strumenti più adatti grazie ai prezzi che impongono, per garantire una gestione efficiente, efficace ed economica delle acque minerali naturali del mondo in corso di sfruttamento, e quelle enormi ancora da sfruttare (beninteso nell’interesse dei loro azionisti mondiali), come illustrato dal caso della San Pellegrino, finita alcuni anni fà nelle borse della Nestlé, per cui le bottiglie San Pellegrino si trovano ora in tutti i ristoranti e centri commerciali del mondo, negli Stati Uniti come in Cina,in Sud Africa come nel Marocco, in Cile come in Norvegia.

Il dramma del business delle AMNB (mercificazione, marketizzazione, privatizzazione e finanziarizzazione), voluto ed accettato dai poteri pubblici nazionali e comunali (“nel nome del denaro”) sta nel fatto che esso ha contribuito pesantemente alla promozione e diffusione degli stessi processi industriali, commerciali e finanziari nel campo dell’acqua pubblica del rubinetto. I gruppi dominanti sono responsabili della promozione, della mercificazione e privatizzazione delle AMNB che ha succhiato alle finanze pubbliche miliardi di introiti annui.

Le imprese private cui sono state date in concessione i diritti di sfruttamento delle fonti pagano alle autorità pubbliche 2 euro al m³ (cioé due millesimi di euro al litro), nel mentre sono autorizzate a domandare 70 centesimi di euro per una bottiglietta di 33 a 50 centilitri. È stato così calcolato che le famiglie italiane pagano tra 200 e 400 volte di più dell’acqua di rubinetto, per giungere in certi negozi e luoghi pubblici a 1000 e persino 2000 volte di più.

“L’acqua del sindaco” rappresenta oramai in Italia un fenomeno minoritario, parte di una storia messa in museo. Malgrado certi ritorni alla gestione municipale e pubblica (che non ha abbandonato però l’applicazione di una tariffa al m³ a prezzo abbordabile), “l’acqua del sindaco” è diventata una situazione “mitica”. L’indebolimento della cultura pubblica dei beni comuni in seno ai cittadini stessi ha fatto “fallire le idee delle case dell’acqua”, dove l’acqua pubblica era erogata gratuitamente. e ciò a causa, fra le altre ragioni, degli abusi dei singoli cittadini. È anche successo che certi cittadini si sono messi a vendere l’acqua prelevata gratuitamente dalle case dell’acqua! Cosa si può fare “in nome del denaro”!

Smantellare il sistema descritto in un approccio globale – tutte le acque, tutte le fasi del ciclo lungo dell’acqua, in tutti i continenti… – è un obiettivo immane, ma realizzabile nel tempo. Speriamo che la grande nebulosa delle numerose componenti movimentiste della società civile mondiale che si battono nella prospettiva dell”acqua bene comune” pubblico mondiale, e per la concretizzazione del diritto universale all’acqua potabile, giungeranno a identificare i percorsi comuni da realizzare in comune in detta prospettiva al Forum Mondiale Alternativo dell’Acqua (FAMA) che si terrà dal 17 al 22 marzo prossimo a Brasilia, in Brasile.

Io conto di essere presente e proporre la creazione di un Consiglio di Sicurezza dei Beni Comuni Pubblici Mondiali (a partire dall’acqua, le sementi e la conoscenza). Coloro che fossero interssati all’idea, possono contattarmi via facebook o e-mail (petrella.riccardo@gmail.com).

L’umanità deve mettersi in rivolta per i diritti universali ed i beni comuni pubblici mondiali.

 

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